Pamela Mastropietro e Carol Maltesi, Innocent Osenghale e Davide Fontana: due vittime, due assassini, due pesi e troppe misure.

Macerata: Pamela Mastropietro uccisa e fatta a pezzi da Innocent Osenghale; Legnano: Carol Maltesi uccisa e fatta a pezzi da Davide Fontana: due città, due donne assassinate, due assassini per i quali è difficile, se non impossibile, trovare aggettivi che li descrivano adeguatamente in tutta la loro disumana e spietata ferocia. I femminicidi e le violenze a sfondo sessuale sulle donne continuano a macchiare la provincia italiana, da nord a sud, e ogni episodio dovrebbe essere un richiamo alla coscienza di ognuno – soprattutto di ogni uomo – e un appello a rimuovere l’humus pseudoculturale nel quale affonda le radici la mentalità che provoca tutto questo.

Ma sarà difficile che quell’humus possa essere spazzato via se il pregiudizio cala anche sugli autori, e soprattutto sulle vittime, di questi crimini.

Di sicuro non ci sarà, per le strade del Legnanese, un Luca Traini che va in giro sparando a casaccio sui bancari e sui food-blogger, colleghi di Davide Fontana, per vendicare Carol Maltesi: Davide Fontana non è nero, non è nigeriano. Né ci sarà, da quelle parti, la processione, che per settimane ha percorso Macerata, di politici ansiosi di dimostrare che la sicurezza e la vita delle “nostre donne” sono insidiate dagli immigrati brutti, sporchi, cattivi e spacciatori di droga: la morte di Carol Maltesi è stata altrettanto atroce di quella di Pamela Mastropietro ma è dovuta a un italiano “normale” non un disoccupato, un disadattato, un meridionale o un pregiudicato: uno che si chiama “Davide Fontana”, un lombardo che più lombardo non si può: non porta voti. L’accanimento di Davide Fontana sul corpo della sua vittima è stato altrettanto, se non più feroce di quello di Innocent Osenghale sul corpo di Pamela, eppure non suscita la stessa rabbia.

Non solo perché Davide Fontana non è un immigrato nero che spaccia droga, ma anche, e forse soprattutto, perché Carol faceva il porno: dunque era “una di quelle”, dunque “se l’è cercata”: lo dicono, fra le righe, tutti i giornali che sono calati come avvoltoi a scavare in ogni piega della vita della donna; lo dice, e nemmeno fra le righe, l’immondo tweet del sedicente comico Pietro Diomede, che ha creduto di fare dello spirito insultando Carol e che, giustamente, è stato coperto di infamia per le sue parole indegne. Ma si sarà di certo stupito, Pietro Diomede, e di certo invocherà il diritto di satira perché lui, sicuramente, si ritiene in diritto di sghignazzare sul cadavere martoriato di Carol Maltesi mentre nessuno – e meno male – si è sognato di sghignazzare su quello di Pamela Mastropietro.

Dunque non ci sarà in qualche giardino pubblico, nel Legnanese, una targa in memoria di Carol Maltesi: nessun candidato sindaco sfrutterà la sua morte per guadagnarsi l’elezione.

O forse sarà che Pamela, oltre che vittima di un nigeriano spacciatore, è stata anche la prima ad essere stata massacrata in quel modo, mentre Carol già non faceva più notizia? Non si può escluderlo, certo. Ma anche se fosse così, non sarebbe meno squallido, e meno vergognoso, il modo in cui si è strumentalizzata la morte dell’una per legittimare il razzismo e un certo modo di fare politica, e quella dell’altra per infierire sulla memoria di una donna, non meno vittima della prima, ma colpevole di vivere la sua vita come voleva.

Giuseppe Riccardo Festa

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