■Antonio Loiacono
Certe decisioni non arrivano mai come un fulmine. Si annunciano, si preparano, filtrano nei corridoi delle istituzioni prima ancora di diventare carta ufficiale. Il decreto sui Comuni montani, voluto dal ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, è una di queste. Per ora si è fermato. Ma non è scomparso.
Giovedì scorso, in Conferenza Stato-Regioni, l’opposizione compatta delle Regioni ha bloccato un provvedimento che avrebbe ridisegnato in modo radicale la geografia amministrativa delle aree montane italiane. Un riordino, lo chiamano. Ma per molti territori suona come una sottrazione.
La proposta, nella sua architettura tecnica, puntava a restringere in modo significativo il perimetro dei Comuni riconosciuti come montani: dagli attuali circa 4000 a meno di 2900. Oltre mille enti avrebbero perso lo status, scivolando nella più neutra – e meno tutelata – categoria dei Comuni collinari. I nuovi criteri erano stringenti: quote precise di territorio sopra i seicento metri, pendenze rilevanti, medie altimetriche calcolate al metro. Numeri, percentuali, soglie. Apparentemente oggettivi. Ma non innocui.
Perché dietro le altimetrie ci sono bilanci, servizi, scuole, imprese. E soprattutto persone. È su questo terreno che il confronto si è fatto politico, prima ancora che amministrativo. Calderoli ha indicato una linea rossa: evitare che grandi città come Roma o Bologna continuino a rientrare, a suo giudizio impropriamente, tra i Comuni montani. Un’argomentazione che intercetta un sentimento diffuso, ma che rischia di travolgere realtà molto diverse, lontane dai riflettori e già esposte a un lento svuotamento.
Il rinvio deciso dalle Regioni sposta la discussione al 22 dicembre. Una pausa, non una soluzione. E intanto, nei territori, cresce la preoccupazione per gli effetti potenziali di questo riordino, soprattutto laddove la montagna non è un’etichetta ma una condizione quotidiana.
In Calabria, il tema assume contorni ancora più netti. Fernando Pignataro, segretario regionale di Sinistra Italiana-AVS, parla senza giri di parole di un impatto “devastante”. La perdita dello status montano significherebbe meno risorse, l’uscita dai canali di finanziamento dedicati, l’impossibilità di applicare norme pensate per contrastare lo spopolamento. Verrebbero meno le tutele per le scuole di montagna, così come gli strumenti di defiscalizzazione per le imprese. Una sottrazione a cascata, che rischia di accelerare dinamiche già in atto.
Ma per Pignataro il decreto non è un episodio isolato. Si inserisce, piuttosto, in un disegno più ampio, che lega autonomia differenziata, politiche per le aree interne e rapporti di forza tra Nord e Sud. Un’impostazione che, a suo giudizio, finisce per colpire in modo sproporzionato le regioni meridionali e i territori più fragili, trasformando il riequilibrio in selezione.
Il fatto che il governo sia stato costretto a fare un passo indietro viene letto come un segnale positivo, ma non definitivo. Il rischio, avverte Pignataro, è che il confronto riprenda più avanti, magari con modifiche solo marginali. Da qui l’appello a non abbassare la guardia: mobilitazioni, consigli comunali aperti, presidi istituzionali. Azioni visibili, per rendere visibile ciò che spesso resta ai margini.
I numeri, intanto, parlano chiaro. In Calabria sarebbero coinvolti circa 202 Comuni, distribuiti tra l’Altopiano silano, il Pollino, il Monte Poro e l’Aspromonte. Un arco montano che attraversa tutte le province e che rappresenta una parte sostanziale dell’identità territoriale regionale. Per questo Si-AVS chiede alla Regione Calabria di mantenere una posizione ferma e coerente, anche alla luce delle dichiarazioni ufficiali sull’attenzione riservata alle aree montane e delle politiche di sviluppo annunciate negli ultimi mesi.
Il nodo, in fondo, è sempre lo stesso: capire se la montagna venga considerata un problema da razionalizzare o una risorsa da accompagnare. Se le aree interne siano un residuo del passato o un pezzo di futuro possibile. Le risposte non stanno solo nei parametri tecnici, ma nella visione che li sorregge.
Il decreto è fermo. La questione no. E nelle pieghe di questo rinvio si gioca qualcosa che va oltre una classificazione amministrativa: il diritto di interi territori a non essere considerati un errore di quota!
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