LUCI ED OMBRE SU “IL GIOVANE FAVOLOSO”

«Non è il mio Leopardi». È questo il giudizio che sul film esprime Lucia Tancredi, didatta, saggista e narratrice, autrice del romanzo Côté Bach e delle biografie romanzate Io Monica, Ildegarda e La vita privata di Giulia Schucht (dedicate rispettivamente alla madre di Agostino d’Ippona, alla teologa Ildegarda di Bingen e alla moglie di Antonio Gramsci), oltre che di un pregevole libro dedicato ai luoghi d’arte della provincia di Macerata, ivi inclusa, ovviamente, Recanati: quel natio borgo selvaggio che il poeta odiava, nel quale si sentiva oppresso e misconosciuto, ma che pure era il luogo della Torre del Borgo, dell’Ermo colle, dei Monti azzurri. Proprio da qui prende le mosse la critica di Lucia Tancredi, che pure al film riconosce più di un pregio, in primo luogo la superba, intensa e commossa interpretazione di Elio Germano nel ruolo del protagonista; e poi il merito di portare sullo schermo, come già Noi credevamo, dello stesso regista, l’Ottocento italiano, scarsamente rappresentato nel nostro cinema; per non parlare del coraggio di raccontare – in un cinema in tutt’altre faccende affaccendato – il più grande dei poeti italiani, e comunque la nostra poesia. Il film di Mario Martone mette in primo piano la filosofia di Giacomo Leopardi: quel pessimismo cosmico che il poeta trasfuse, oltre che nelle Operette morali, anche in tanti suoi versi. A dispetto del titolo, ispirato a una definizione che di Leopardi diede Annamaria Ortese in un suo racconto, il giovane che emerge dal film di Martone ha dunque ben poco di favoloso. Non c’è nulla del vago immaginare, è quasi assente il lirismo. Le scene sono raramente d’ampio respiro: pochissimi i panorami; dominano le scene notturne, gli ambienti chiusi, le tinte cupe, le nebbie e i prati rinsecchiti, i primi piani; il mondo è visto attraverso le lenti cupe del filosofo, non quelle cristalline del poeta. Anche la recitazione de L’Infinito ha luogo con la cinepresa che ostinatamente inquadra il poeta raggomitolato su sé stesso, ai piedi di un albero, senza quasi nulla concedere agli interminati spazi che pure i versi evocano; il dolce naufragare dell’ultimo verso non è un gioioso e sereno lasciarsi andare nell’infinito ma piuttosto un doloroso cupio dissolvi. Il Leopardi ironico, che pure emerge da tante sue pagine, cede al Leopardi sarcastico – quando non cinico – della Palinodia al marchese Gino Capponi, che condanna senza appello un ottimismo che l’epoca voleva obbligatorio; il Leopardi lirico degli Idilli e quasi sereno de Il Sabato del villaggio scompare, sopraffatto dal Leopardi disperato del Canto Notturno e di A Silvia. C’è poi un indulgere forse eccessivo, nella seconda parte del film, su Napoli e su una rappresentazione della città oleografica, quasi un presepe affollato di figure stereotipate, e c’è una scena in un bordello per una fallita iniziazione del poeta al sesso, per giunta con una transessuale – che appare discutibile sia sul piano della coerenza narrativa (è l’amico Ranieri a spingerlo nel postribolo, e proprio tra le braccia della transessuale) sia con riguardo alla credibilità storica. Infine, chi non ha una grande dimestichezza con l’opera di Leopardi rischia di non percepire la gran messe di allusioni, citazioni e riferimenti di cui il film è costellato e di avvertire una certa pesantezza, anche per la durata certo non breve. Il giovane favoloso è dunque un film che si rivolge soprattutto agli “intellettuali”, che però, paradossalmente, gli intellettuali potrebbero trovare didascalico e sussiegoso. Eppure il film riesce a commuovere; oltre alla figura del protagonista, alcuni personaggi – Ranieri, il conte Monaldo e in genere i ruoli femminili – sono ben tratteggiati e interpretati, e la figura di Leopardi emerge, soprattutto dalla citazione dei versi struggenti de La Ginestra nel finale, come quella di una mente acuta, febbrile, compassionevole verso l’umanità e – condanna di tutti i grandi geni – disperatamente in anticipo sul suo tempo. Un film, in conclusione, che in ogni caso merita di essere visto da chi ama la poesia. Peccato per quella scena nel bordello, che rischia di attirare troppo l’attenzione, soprattutto da parte dei più giovani, a discapito delle intenzioni e delle finalità del regista.

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