L’AFFASCINO ANTICO: RITUALI E MEMORIA NELLA CALABRIA PROFONDA

Tra antiche formule e gesti silenziosi, l’affascino non ha mai smesso di vivere

L' affascino.

Antonio Loiacono

Nel silenzio dei vicoli dei nostri borghi, tra le case di pietra e le cucine illuminate dalla luce tremolante di una candela, sopravvive un sapere antico, sospeso tra leggenda e memoria. Qui, l’affascino non è solo superstizione: è un gesto, un respiro, una presenza invisibile che sa piegare il giorno e il corpo di chi lo subisce.

Le donne che lo combattono — custodi di un’arte che sfida la modernità — si muovono con la calma di chi conosce segreti troppo grandi per essere gridati. Prendono un bicchiere d’acqua, lo posano sul tavolo e cominciano a mormorare formule che profumano di incenso, di preghiera e di vento antico.
Spesso aggiungono l’olio d’oliva, goccia dopo goccia, osservando come si muove sulla superficie dell’acqua, come se il piatto fosse un piccolo universo in equilibrio, pronto a svelare l’invisibile. Ogni movimento, ogni parola, ogni sospiro ha un significato che solo chi è nato in questi paesi può davvero comprendere.

Chi praticava l’affascino si posizionava di fronte all’affascinato, tracciava il segno della croce con la mano destra e segnava tre volte il segno di croce sulla fronte della persona da proteggere. Poi cominciava a bisbigliare una serie di preghiere e formule rigorosamente segrete. Il rito aveva una sottile capacità di rivelare chi aveva trasmesso il malocchio: se il primo sbadiglio sopraggiungeva durante l’Ave Maria, l’influenza proveniva da una donna; se avveniva durante il Padre Nostro, da un uomo.

Eppure, chi pratica l’affascino non svela mai i dettagli del proprio metodo. Ogni formula è unica, ogni gesto ha un ritmo personale, tramandato oralmente da generazioni. La trasmissione del sapere è altrettanto rituale: chi sa l’arte dell’affascino può insegnarla solo a tre persone e in una data precisa, nella notte di Natale, quando il confine tra visibile e invisibile è più sottile e la magia sembra respirare più vicina.

Oggi, nell’epoca degli algoritmi e delle diagnosi in tempo reale, l’affascino potrebbe sembrare un fossile. Eppure non è così. Sopravvive, si rinnova, trova spazio anche nelle generazioni più giovani. È come un software antichissimo che continua a funzionare parallelamente al mondo moderno.

Non è un caso se alcune caratteristiche dell’affascino ricordano pratiche ancestrali lontane: tra i Pellerossa d’America, i guaritori e gli sciamani utilizzavano gesti rituali, oggetti sacri, acqua, erbe e danze per curare malattie o proteggere la comunità. In entrambi i casi, il gesto rituale ha un potere invisibile e la conoscenza si trasmette solo a pochi eletti, custodendo un equilibrio tra individuo, comunità e natura.

La neuroscienza chiamerebbe tutto questo “effetto placebo” o “coerenza narrativa dell’individuo”. Gli antropologi parlerebbero di “residui arcaici”. Ma nelle case di Longobucco, Bocchigliero, San Giovanni in Fiore, Campana o Scala Coeli, la spiegazione è molto più semplice: “È sempre servito, quindi continua a servire”.

C’è un tratto quasi urbanistico in queste tradizioni. Le nostre comunità sono costruite non solo di pietre e tetti rossi, ma di reti invisibili: legami di parola, rituali, gesti antichi. L’affascino è una sorta di infrastruttura emotiva sottotraccia, una rete che non si vede, ma che nei momenti di bisogno si attiva con la stessa precisione di un pronto soccorso simbolico.

Così la magia, quella “piccola” magia quotidiana, finisce per fissare un’identità. Non importa quanto si emigri, quanto si studi o quanto si viva lontani: l’idea che un malessere possa essere tolto con un rito, un sorso d’acqua o una frase mormorata resta un ponte con le radici.

L’affascino non pretende fede. Pretende presenza. È una forma di cura comunitaria prima che una formula magica. Un modo arcaico, ma sorprendentemente attuale, di dire che nessuno deve affrontare da solo le proprie inquietudini.

E, guardando oltre l’oceano, non sorprende trovare echi simili: i popoli indigeni delle Americhe praticavano forme rituali che combinavano energia, natura e parola, in un continuum di saggezza che supera confini geografici e temporali. La magia, qui come là, diventa tessuto connettivo tra individuo, comunità e memoria culturale.

In fondo, nei piccoli paesi, la magia non è mai scomparsa: ha semplicemente imparato a convivere con la modernità, come un animale notturno che esce solo quando sente che qualcuno ha bisogno.

E continua a camminare accanto a noi, silenziosa, tenace, antica. Proprio come le montagne che la proteggono da secoli.

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