■Antonio Loiacono
Nel cuore del Mediterraneo, tra montagne aspre e mari di una bellezza quasi indecente, la Calabria condivide un primato inatteso con una terra lontana: la Guyana francese (regione e dipartimento d’oltremare della Francia nell’America meridionale).
Non è un legame culturale o geografico, ma un filo più sottile e inquietante: quello della povertà.
Secondo gli ultimi dati diffusi da Eurostat per il 2024, la Guyana francese registra il tasso di rischio di povertà o esclusione sociale più alto dell’Unione Europea, con il 59,5% della popolazione coinvolta. Subito dopo, a quasi cinquemila chilometri di distanza, compare la Calabria, con un tasso del 48,8%, seguita dalla città autonoma spagnola di Melilla (44,5%) e dalla Campania (43,5%).
Un dato che pesa come una pietra e che restituisce l’immagine di un Mezzogiorno ancora fragile, dove la promessa europea di coesione economica sembra essersi fermata alle soglie del Sud.
La media dell’Unione si attesta al 21%, meno della metà del dato calabrese. Anche la Sicilia (40,9%) e la Puglia (37,7%) restano oltre la soglia critica del 33%, confermando che gran parte del Meridione vive ancora ai margini di quella “Europa della prosperità” che altrove si dà per scontata.
“Il problema non è solo economico, ma sistemico,” osserva qualche economista. “Queste regioni non soffrono solo la mancanza di risorse, ma l’assenza di infrastrutture, di visione e di fiducia. Il capitale umano c’è, ma non trova terreno fertile per crescere. È una forma di povertà invisibile, quella che nasce dall’abitudine al poco.”
Dietro i numeri, infatti, si nasconde una realtà più complessa. In Calabria, il rischio di esclusione sociale non è soltanto una questione di reddito: è una condizione culturale e infrastrutturale, un equilibrio precario tra resilienza e abbandono. L’assenza di opportunità, la fuga costante dei giovani e la fragilità del tessuto produttivo hanno creato una geografia della sopravvivenza che resiste solo grazie alla tenacia individuale e alla solidarietà diffusa.
La distanza che separa la Guyana francese dal cuore di Parigi non è diversa, nella sostanza, da quella che divide la Calabria da Bruxelles. Entrambe vivono ai margini di un sistema che parla di sviluppo, ma spesso dimentica le sue periferie. Due territori lontani accomunati dalla stessa sensazione di essere “parte, ma non dentro” — europei di diritto, ma non di fatto.
In queste statistiche c’è l’immagine di un’Europa spaccata in due: da un lato, i centri dove la crescita economica alimenta fiducia e mobilità; dall’altro, le regioni che arrancano, dove la povertà diventa ereditaria e la speranza un bene sempre più raro.
Per la Calabria, il dato Eurostat non è soltanto un campanello d’allarme: è una chiamata alla responsabilità collettiva, una domanda aperta sul senso stesso dell’Unione.
Oggi, a Bruxelles come a Roma, si discute di fondi di coesione, PNRR e politiche di riequilibrio territoriale, ma la sfida è più profonda di qualsiasi bilancio. Si tratta di ricostruire fiducia, di creare condizioni che trasformino il sostegno economico in opportunità reale.
Alcuni progetti — dalle reti infrastrutturali al rilancio dell’istruzione tecnica e universitaria — iniziano a delinearsi, ma la loro efficacia dipenderà dalla capacità politica di ascoltare i territori e coinvolgere le comunità.
Come scriveva uno dei padri dell’integrazione europea, Jean Monnet, “l’Europa si farà nelle crisi”. La crisi del Sud, oggi, è una prova di maturità per l’Unione stessa: capire se è in grado non solo di crescere, ma di includere.
Eppure, guardando i dati di Eurostat, si potrebbe quasi sorridere — amaramente, certo — pensando che la Calabria e la Guyana francese abbiano più in comune di quanto avrebbero mai immaginato: entrambe cullate dal mare, ricche di natura e di talento, ma intrappolate in una povertà che non ha né lingua né latitudine.
Due regioni ai margini dell’Europa che, paradossalmente, ne raccontano il centro: quello dove le promesse restano parole e la distanza dal benessere si misura non in chilometri, ma in opportunità mancate.
Forse, se non altro, la prossima volta che si parlerà di cooperazione internazionale, si potrà cominciare da lì — da una nuova, insolita alleanza atlantica tra Guyana francese e Calabria, unite non solo dalla statistica, ma dalla speranza ostinata di non restare per sempre le note a piè di pagina dell’Europa.
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