Non c’è che da girellare davanti a una scuola, all’ora dell’uscita, o nei parchi giochi quando il tempo è bello: potete scommettere che su dieci ragazzini e ragazzine dai dieci anni in su, almeno sei avranno in mano il loro bravo smart-phone, sul quale tenere fisso lo sguardo badando solo distrattamente a quello che succede intorno a loro. E ci potete scommettere che quegli stessi ragazzini e ragazzine, tornati a casa nelle loro camerette, fra un messaggino e l’altro, fra una chat e l’altra e fra un giro e l’altro su Instagram o su qualche altro social network (pare che Facebook, oramai, sia roba da vecchi), si troveranno a fare un giro su qualche sito pornografico.
Dice: eh, ma tocca ai genitori controllarli. Come se, una volta che – alla prima comunione o alla cresima – hanno finalmente regalato ai pargoli quell’aggeggio (“ce l’hanno tutti i miei compagni, solo io non ce l’ho!”) i genitori fossero capaci di filtrare e limitare gli accessi ad internet dei figli. O come se, anche se ne fossero capaci, i figli non sapessero poi, scafati e digitali dalla nascita come sono, rimuovere quei filtri e quei blocchi.
Dice: tocca alla famiglia impartire ai figli una corretta educazione sessuale. Come se non sapessimo tutti che per la stragrande maggioranza degli italiani di entrambi i sessi le prime conoscenze in materia di sesso sono arrivate da fonti che nulla avevano da spartire con la famiglia. Prima che esistesse Internet c’erano le riviste e i giornalini. Io ricordo con quanta avidità, da adolescente, sfogliassi “Satanik” e “Kriminal”, fumetti oggi scomparsi, in cui il tratto elegante di Bunker disegnava figure femminili dalle forme appena intuibili, che oggi considereremmo innocenti ma allora sembravano incredibilmente osé. Più espliciti erano “Playboy” e “Penthouse”, dai nudi femminili esibiti su carta patinata, e innumerevoli altre riviste con fotoromanzi più o meno espliciti, giù giù fino ai cataloghi di vendita per corrispondenza “Helvetia” ed “Euronova” sui quali, in bagno, si guardavano avidamente le modelle appena coperte da maliziosa biancheria intima.
In famiglia di sesso non si parlava e di certo anche oggi non se ne parla che fra pochi illuminati: l’argomento era tabù come, evidentemente, tabù è ancora oggi per molti. Sicuramente lo è per gli esponenti dell’attuale maggioranza di governo, a partire dai leghisti, sebbene ogni giorno, di questo tabù, le cronache raccontino le conseguenze.
Parlare di sesso, e di relazioni affettive, non è facile. Non sapendo nemmeno da dove cominciare, tanti genitori non lo fanno, anche a causa di una nefasta tradizione religiosa e culturale – nefasta ma evidentemente cara ai leghisti – che associa il concetto di sesso a quello di peccato, il concetto di mascolinità a quello di predominio e il concetto di femminilità a quello di sottomissione, per cui il rapporto fra i sessi diventa una sorta di campo di battaglia in cui il maschio è tenuto a muovere all’assalto e la femmina a difendersi, salvo cedere e arrendersi solo dopo strenua resistenza e solo dopo aver contratto matrimonio; questo, nonostante l’evoluzione dei costumi e la mutata posizione della donna nella famiglia e nella società. Non sono il solo, credo, a ricordare un’orrenda battuta del padre di un seduttore nel film “Sedotta e abbandonata” di Pietro Germi: “L’uomo ha il diritto di chiedere e la donna ha il dovere di negare”.
La risposta della Lega salviniana (ma anche di FI e di FdI) al problema dell’educazione sessuale, relazionale ed affettiva è lapidaria: nelle scuole non si deve impartire ai ragazzini nessuna educazione sessuale, relazionale ed affettiva, almeno fino alle medie, e alle superiori solo col consenso dei genitori. I ragazzini, dunque, non debbono essere informati da docenti preparati e qualificati: è preferibile che restino nell’ignoranza o, peggio, che quel che imparano continuino ad impararlo in modo distorto sui siti porno o attraverso il passaparola fra coetanei.
Perché il sesso, per la Lega salviniana (ma anche per FI e FdI) è e deve rimanere una roba sporca, un sudicio peccato, un tabù, qualcosa di cui è proibito parlare e che deve stare nel segreto delle pareti domestiche, lecito solo se praticato dopo la celebrazione del matrimonio, preferibilmente religioso, da una casta mamma che pazientemente lo subisce e da un pio papà che lo fa “non per piacer mio ma per dare un figlio a Dio”.
Esattamente quello che, coerentemente e santamente, fanno ed hanno fatto i massimi rappresentanti di quei partiti…
O no?
Giuseppe Riccardo Festa
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