Indipendentismi e rigurgiti nazisti: così muore il sogno dell’Europa

I miei ventiquattro lettori sanno che, per quanto persa sia la battaglia, io continuo a sognare che nasca un’Europa davvero unita, nella quale ci si possa sentire, dal Baltico a Pantelleria, cittadini europei.

Questo non significherebbe rinunciare alla propria identità ma al contrario arricchirla: ogni italiano potrebbe continuare a sentirsi orgoglioso di essere erede di Dante e Verdi, ogni tedesco di Kant e Beethoven, i francesi di Racine e Bizet, gli spagnoli di Calderon de la Barca e De Falla, e via così, ma in più noi italiani potremmo vantarci di essere europei come i grandi musicisti, scrittori, scienziati e filosofi nati negli altri Paesi della Comunità, e gli altri potrebbero cantare “Va’ pensiero” sentendo che Verdi appartiene a loro quanto a noi.

Ma questo sogno purtroppo svanisce, schiacciato da rivendicazioni localistiche di cui mi sfugge il senso, se non quello di un patriottismo rétro, che spesso in realtà maschera più che altro miopi ed egoistiche rivendicazioni di carattere economico. Dunque non vedo quali siano, a parte quelle fiscali, le vere ragioni dell’indipendentismo catalano (o basco, o padano, veneto, lombardo, o che so io): la regione gode già di una forte autonomia, sia politica che culturale e amministrativa, e dunque solo la voglia di non contribuire al bilancio del resto della Spagna giustifica – ma secondo me non legittima – le pretese di secessione dei suoi esponenti separatisti.

D’altra parte Rajoy, col pesante intervento della Guardia Civil, le cui violenze sono ingiustificabili, è riuscito a dare a quelle pretese proprio la vernice di legittimità che intendeva negar loro, e magari a spingere fra le braccia dei separatisti anche catalani indifferenti o tiepidi verso la questione.

È difficile dire se in condizioni di totale libertà la maggioranza dei catalani si sarebbe recata alle urne, ma di fatto ad andarci è stata meno della metà degli aventi diritto, e ovviamente a votare c’è andata soprattutto la gente interessata alla secessione;  quindi la maggioranza dei “sì” era scontata. Dunque ha ragione il leader indipendentista a vantare il risultato plebiscitario a suo favore, ma ha ragione anche Rajoy a ribattere che la consultazione, al di là della sua illegittimità costituzionale, è stata un fallimento.

L’Europa delle istituzioni, intanto, balbetta, limitandosi a vaghe quanto vacue dichiarazioni di principio che denunciano soltanto la sua sostanziale incapacità di farsi carico proprio delle questioni che dovrebbe affrontare con maggiore impegno, se non fosse così concentrata sugli zero virgola qualcosa dei bilanci dei vari Stati.

L’Europa delle istituzioni, se condividesse quel sogno che dicevo sopra, ma che evidentemente è estraneo ai suoi orizzonti, dovrebbe incentivare un patriottismo più ampio, generoso e lungimirante. Ma chiederle questo, a quanto pare, è pretendere uno sforzo dell’immaginazione superiore ai suoi mezzi; ed è così che, fra un localismo e un referendum qua, e un’avanzata dei populisti e dei neonazisti là, tornano, tristi e cupe, le voglie di barriere e di fili spinati.

Muore il sogno di un’Europa grande e solidale, unita in ciò che accomuna e fiera delle sue diversità, e tornano le frontiere. Tornano nella testa della gente, prima ancora che su quei confini che, ingenui, c’eravamo illusi di aver abbattuto una volta per tutte.

E le frontiere mentali, lo sappiamo tutti, una volta che si sono alzate sono le più difficili da abbattere.

Giuseppe Riccardo Festa

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