■Antonio Loiacono
C’è un dolore che non dovrebbe mai trasformarsi in burocrazia, e una cura che non dovrebbe mai dipendere da un confine regionale.
La storia di Gina Zagaria, trentottenne di Bagnara Calabra, affetta da un tumore maligno allo stomaco con metastasi al fegato, è il racconto nudo e crudele di un sistema sanitario che, in alcune aree del Paese, sembra aver smarrito la sua funzione più elementare: curare! La sua voce, raccolta e amplificata da Gazzetta del Sud, racconta con lucidità disarmante una verità che molti conoscono ma pochi denunciano: in alcune regioni italiane ammalarsi può significare trovarsi soli, disorientati, e persino privati del diritto alla cura.
La donna, dopo mesi di diagnosi errate e referti sottovalutati in diversi ospedali calabresi e siciliani, è stata salvata soltanto grazie all’intervento dei medici del Sant’Orsola di Bologna — un centro di eccellenza che ha individuato la massa tumorale già in stato avanzato. Dopo il ricovero, la terapia prevede un farmaco salvavita che la regione Calabria non rimborsa ai centri fuori regione. Gina torna a casa e si scontra con l’assurdo: il medicinale non è reperibile. L’Asp non lo conosce, le farmacie ospedaliere non lo hanno, e l’unica alternativa è chiedere aiuto ai Carabinieri, che riescono — una prima volta — a farlo arrivare dalla Sicilia, trasformando un diritto costituzionale in un atto di disperazione. «Rischio di morire da un momento all’altro», ha detto, «perché la mia vita dipende da una puntura che non riesco a trovare».
La vicenda di Gina Zagaria non è un caso isolato. È il sintomo di una diseguaglianza strutturale che divide l’Italia in due emisferi sanitari: da un lato le regioni dove la medicina funziona, dall’altro quelle dove la cura si trasforma in un percorso a ostacoli.
Non è un destino, ma il risultato di anni di inefficienze amministrative, tagli, commissariamenti e incapacità di garantire continuità e trasparenza nei servizi essenziali.
In Calabria, i cittadini malati spesso diventano migranti sanitari costretti a spostarsi centinaia di chilometri per ricevere cure adeguate. Una mobilità imposta, non scelta, che viola apertamente uno dei pilastri fondamentali dello Stato democratico: l’articolo 32 della Costituzione italiana.
“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”
Parole solenni, scolpite nella Carta, ma che nella vita di Gina e di tanti altri suonano come una promessa mancata. Perché la salute non può essere un privilegio che varia a seconda della latitudine. Non può dipendere dal codice di avviamento postale o dal bilancio della propria regione. La Costituzione non conosce meridiani e paralleli: parla di persone, non di territori.
Nel frattempo, tutto questo mentre Occhiuto, con la proclamazione in Corte d’appello, rientra nel pieno delle sue funzioni e, oggi, il Cdm, in attesa dell’uscita dal commissariamento, lo (ri)nominerà commissario per la sanità. Una mossa che, se non fosse tragica per i pazienti, sembrerebbe il più brillante sketch della commedia dell’assurdo: mentre una donna lotta per un farmaco salvavita, la politica si premura di distribuire titoli e poltrone.
Nel volto stanco ma determinato di Gina Zagaria si riflette il dramma di un Sud che chiede solo ciò che gli spetta: la possibilità di vivere con dignità.
Il diritto alla cura non è un favore, né una concessione dello Stato: è il fondamento stesso del patto civile su cui si regge la Repubblica. Quando un cittadino è costretto a invocare le forze dell’ordine per ricevere una terapia salvavita, il problema non è più solo sanitario, ma morale e istituzionale.
La sanità calabrese, da decenni commissariata, continua a soffrire di una frammentazione che penalizza soprattutto i più fragili. E ogni volta che un paziente viene lasciato solo, l’intero Paese perde un pezzo della propria umanità.
Serve una riforma profonda che restituisca equità e fiducia. La digitalizzazione dei farmaci, la centralizzazione degli approvvigionamenti, la vigilanza sui tempi di consegna e l’integrazione reale tra ospedali regionali e nazionali potrebbero evitare drammi come quello di Gina.
Ma soprattutto serve un cambio di mentalità: riconoscere che la cura non è soltanto una prestazione sanitaria, bensì un atto di civiltà.
La storia di Gina Zagaria dovrebbe scuotere le coscienze di chi amministra e di chi scrive le leggi, ricordando che un Paese che lascia morire una donna per mancanza di un farmaco non è povero di risorse — è povero di giustizia.
In un’Italia che ama definirsi moderna e solidale, il diritto alla salute non può essere un principio da citare nei discorsi ufficiali e ignorare nella pratica quotidiana.
Gina Zagaria non chiede pietà: chiede che l’articolo 32 venga onorato davvero. E finché ci sarà anche solo una persona costretta a lottare per ciò che la Costituzione già le garantisce, la questione sanitaria resterà il più grave e inaccettabile dei nostri fallimenti nazionali.
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