Conservo vivo il ricordo di quando nell’ormai remoto 1984, in prima fila nella grande sala da concerti del Barbican Center, a Londra, vissi l’emozione di assistere all’esecuzione della Sinfonia in do maggiore “La Grande” di Franz Schubert nell’esecuzione dei Wiener Philharmoniker diretti da Zubin Mehta. Un’esecuzione superba, segnata dall’intesa straordinaria fra l’Orchestra e il Direttore; un’intesa che si rivelava negli scambi di sguardi, nei sorrisi, nei garbati e complici cenni d’assenso che vedevo intercorrere fra il podio e i Professori.
Mehta apparteneva – e fortunatamente ancora appartiene – alla grande tradizione dei direttori capaci di creare con l’orchestra un rapporto che non esito a definire metafisico: la scuola, per intenderci, degli Abbado, dei Bernstein, dei Muti, Sinopoli, Karajan, Bohm, Arnoncourt. Direttori che, al di là del gesto – a volte calmo e misurato, a volte ampio e concitato e non di rado perfino assente, limitato a semplici cenni del capo e a sguardi e ammiccamenti – sapevano e sanno trasmettere ai professori dell’orchestra la loro visione della partitura che insieme stanno affrontando.
Non a caso ho scritto in corsivo la parola insieme. L’esecuzione orchestrale non è in nulla paragonabile a un’attività aziendale, in cui c’è un capo che comanda su una compagine di sottoposti tenuti a obbedire. Ogni membro dell’orchestra – qualunque orchestra, ma a maggior ragione quelle che godono di maggior prestigio, dai già citati Wiener Philharmoniker ai Berliner, dalla Chicago Symphony Orchestra alla Filarmonica della Scala, dall’OSN della RAI alla Santa Cecilia di Roma, alla Scarlatti di Napoli e alla Fenice di Venezia – è un artista prima che un professionista della musica. Ha studiato anni e anni per stabilire col suo strumento un rapporto simbiotico, tale da permettergli di trasformare in suono i segni che legge sullo spartito e farne musica; e poi ha imparato ad ascoltare gli altri mentre ascolta il proprio strumento, a diventare parte di un organismo straordinario in cui ognuno è non solo utile ma decisamente indispensabile, perché basta che uno, uno solo di loro stecchi una nota, per rovinare l’intera esecuzione; e impara anche, il Professore d’orchestra, a rinunciare in parte – ma solo in parte – alla propria autonomia interpretativa per accettare, del brano da eseguire, la lettura del Direttore il quale a sua volta, però, non è, o non è più, un dittatore (per intenderci, alla Toscanini) ma piuttosto il mediatore che si pone al servizio della musica e della volontà del compositore, da decifrare d’intesa con l’orchestra e restituire al pubblico, tra i “piano” e i “forte”, tra i “crescendo” e i “diminuendo”, tra gli “allegro non troppo” e “andante con moto” e via di seguito annotati sullo spartito.
I Professori d’orchestra, quindi, hanno il sacrosanto diritto di avere voce in capitolo quando si tratta di scegliere il direttore che guiderà la loro compagine. Ecco perché praticamente ogni complesso orchestrale d’Italia – dalla Scala all’OSN della RAI, dal Maggio Fiorentino alla Filarmonica Marchigiana alla Haydn di Bolzano – ha manifestato solidarietà al rifiuto dell’intero corpo orchestrale (e dei coristi e delle maestranze tutte) del Teatro della Fenice di Venezia che fosse loro imposta d’autorità come direttore artistico una direttrice – anzi, per sua esplicita affermazione – un direttore certamente di belle speranze e avvenente aspetto fisico ma – almeno al momento – di incerte qualità direttoriali, che risponde al nome di Beatrice Venezi.
Una nomina che, contestata dunque dall’intero mondo artistico italiano, è invece difesa da quella parte del mondo politico che l’ha decisa e che, non a caso, ha del rapporto fra il direttore e i professori d’orchestra la stessa concezione che nutre nel rapporto fra chi governa e chi è governato: una concezione che sa di “comandare” e non di “servire”, per di più italianamente associata all’atavico vizio della raccomandazione e della promozione di amici, sodali e parenti.
No, il rifiuto del mondo della musica di veder imporre Beatrice Venezi alla direzione artistica della Fenice di Venezia non è di natura politica. Di natura politica, se mai, è la sua nomina. E no, quel rifiuto non è neppure antifemminista. Un pessimo servizio alla causa delle donne lo rende piuttosto proprio la stessa Venezi, che sembra anteporre le sue indiscutibili caratteristiche estetiche alla sobrietà e alla coerenza del gesto direttoriale pretendendo al contempo, contraddittoriamente, di essere chiamata “direttore” e non “direttrice”, sulla scia probabilmente della sua amica personale e di famiglia, la (il?) presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che è stata infatti prodiga di raccomandazioni a suo favore, ad esempio ottenendole la nomina di Direttore Ospite al Teatro Colon di Buenos Aires, con tanto di lettera al suo caro amico Javier Milei. La causa delle donne, in ogni caso, si promuove dimostrando che una donna ha requisiti necessari per assumere una qualunque responsabilità, non basandosi soltanto ed esclusivamente sul fatto che è donna.
Il mondo della musica si è ribellato alla logica dell’amichettismo, a parole rinnegata da Giorgia Meloni, e di fatto da lei praticata senza risparmio e senza pudore sia nelle nomine ministeriali che in tante altre: tanto per fare un esempio, al Piccolo Teatro di Milano, nel cui Consiglio di amministrazione è stato infilato Geronimo La Russa. Ma la direzione di un’orchestra non è una poltrona in un consiglio di amministrazione. Per dirigere un’orchestra non basta essere amici, o amici degli amici: bisogna avere talento, esperienza, umiltà, dedizione, capacità di dialogo, spirito di servizio.
Forse, fra qualche anno, quando smetterà di scuotere i biondi capelli e di ancheggiare in modo scomposto sul podio, agitando a casaccio braccia e bacchetta (non lo dico io: lo dicono i video disponibili in Rete), verrà il giorno in cui Beatrice Venezi sarà accolta con favore da un’orchestra alla quale sia proposta, e non imposta d’imperio, da sovrintendenti competenti, e non in lega col potere politico.
Fino a quel giorno, Beatrice Venezi farà bene a studiare, a osservare altri direttori e direttrici d’orchestra – Riccardo Muti, per esempio, o Speranza Scappucci – per imparare da loro l’eleganza e la coerenza del gesto, e ad abbandonare la frequentazione dei circoli politici a favore di quelli musicali.
Quel giorno, lo giuro, sarò pronto ad applaudirla anche io, e sarò ben felice di farlo.
Giuseppe Riccardo Festa
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