■Antonio Loiacono
Nel cuore di Markgröningen, tra le luci asettiche di un grande ospedale tedesco, il nome di Loredana Scalambrino risuona come quello di una professionista che unisce rigore e umanità. Da anni, nel reparto di chirurgia della mano del Klinikum Markgröningen, le sue giornate scorrono tra bisturi e suture, tra pazienti che le affidano la fragilità più profonda: le mani, strumenti di ogni gesto umano.
Chi la conosce parla di lei come di una presenza calma, precisa, quasi una bussola nelle ore più tese. Ma dietro la disciplina e la concentrazione chirurgica si cela un’anima divisa tra due mondi: quello dell’efficienza tedesca e quello, più intimo e antico, delle colline della Sila Greca.
Ogni estate, Loredana ritorna a Scala Coeli, il paese che l’ha vista crescere e che non ha mai smesso di considerare casa. Insieme al marito Giuseppe Rizzuti e ai figli Mattia e Luca, ritrova le voci familiari, il profumo dei campi, la dolce lentezza del tempo meridionale. In quei giorni, tra i vicoli e gli ulivi, sembra che la distanza con la Germania svanisca, come se il ritorno fosse un modo per respirare davvero.
Negli ultimi anni, quel richiamo verso la propria origine si è trasformato in qualcosa di tangibile. Con le sorelle Antonella, Rosanna, Patrizia e il fratello Francesco, Loredana ha dato vita a un progetto che unisce affetto, memoria e futuro: un uliveto biologico nella località Serricelle, cuore verde dell’Alta BioValle del Nicà.
L’impresa è cominciata più di dieci anni fa, tra speranze e lavoro silenzioso. Oggi, quegli alberi d’ulivo si alzano come un piccolo esercito di radici e luce, testimoni di una visione sostenibile e di un amore profondo per la terra d’origine.
Per Loredana, l’agricoltura non è evasione né nostalgia, ma una forma di guarigione reciproca — tra la donna e la terra, tra l’essere umano e la natura che lo sostiene.
«La salute non appartiene solo alle corsie d’ospedale,» ama ripetere, «ma anche al modo in cui rispettiamo ciò che ci nutre.»
In queste parole si riflette l’essenza di una vita spesa tra la cura del corpo e quella della terra: due linguaggi diversi, ma mossi dallo stesso principio etico.
Quando parla del suo uliveto, Loredana lo fa con la stessa precisione con cui descrive un intervento chirurgico. Ma in quella narrazione si percepisce qualcosa di più: la serenità di chi ha trovato un equilibrio tra due realtà solo apparentemente distanti.
Da una parte, il mondo veloce e tecnologico della medicina; dall’altra, il ritmo lento e ciclico della natura. Due spazi che si incontrano nella parola cura — perché curare, per lei, significa sempre prendersi responsabilità della vita, in qualunque forma si presenti.
Durante la raccolta delle olive, Loredana indossa una maglietta bianca con la scritta SUD — Solidarietà, Umanità, Diritti negati — al cui centro è stampata la sagoma della Calabria. È un gesto semplice ma carico di identità, un modo per ricordare da dove viene e cosa porta con sé, anche nelle corsie di un ospedale tedesco.
In Loredana Scalambrino convivono due anime: quella dell’infermiera che opera tra bisturi e precisione, e quella della donna che ritrova nei filari d’ulivo il battito lento della propria infanzia. È un equilibrio fragile e prezioso, fatto di partenze e ritorni, di mani che curano e mani che coltivano.
Il suo uliveto non è solo una proprietà, ma un simbolo di continuità — una radice che attraversa la distanza.
E in questo legame silenzioso tra il Nord e il Sud d’Europa, tra la scienza e la terra, si riflette la storia di una donna che ha compreso che curare non è soltanto guarire: è ricordare, rispettare, appartenere.
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