Qualcuno direbbe che era destino e, chissà?, potrebbe avere ragione. Sul portone di un teatro, dove di lì a poco si sarebbe esibito un bambino prodigio, strepitoso pianista già alla tenera età di otto anni, chiacchierando con alcuni amici dichiarai la mia avversione per i bambini prodigio. Caso volle che quel bambino prodigio stesse passando proprio in quel momento, per entrare in teatro, accompagnato dalla madre che non mancò di commentare con un gelido “prendiamo nota”.
Ebbene, non ho provato il benché minimo imbarazzo: detesto i bambini prodigio, e se a qualcuno passa per la mente che ciò sia dovuto a invidia, la cosa mi lascia del tutto indifferente.
Il bambino prodigio in questione, mercé, evidentemente, un accurato studio da parte dei genitori, che sempre dei bambini prodigio – da Mozart in poi – sono impresari e press-agent, indossava il tipico costume da bambino prodigio, elegantissimo, con i lunghi e morbidi capelli biondi a incorniciarne il visetto, sì che poi, quando si sarebbe seduto al piano, egli avrebbe potuto agitarli come sempre i bambini prodigio agitano i lunghi e morbidi capelli biondi durante un passaggio particolarmente arduo dell’improvviso di Schubert, della polacca di Chopin o della bagatella di Beethoven in scaletta.
Beninteso: non ho niente di personale contro i bambini prodigio. I bambini, io, li amo e li rispetto, sto bene con loro e di solito loro stanno bene con me. In quanto bambini, perciò, voglio bene anche ai bambini prodigio. È l’aggettivo a generare in me la reazione di ripulsa.
Prodigio, nel senso di singolare, straordinario e inaudito, in latino si diceva “monstrum”. Quando vedevano qualcosa di quel genere, perciò, i nostri antichi progenitori la definivano “mirabile monstrum”; la parola “mostro”, che insiste sul lato più sgradevole dell’originalità di un soggetto o di un evento, nasce da lì: il mostro ha per definizione in sé qualcosa di inaudito, straordinario e singolare: il serial killer, la donna barbuta, l’uomo elefante, il primo ministro d’Israele, Hamas, Putin, sono “mostri”.
E non è dunque un mostro anche il bambino prodigio? Forse che la maggior parte della gente che gremiva il teatro, quella sera, sapeva qualcosa della musica di Schubert, di Chopin o di Beethoven? Forse che gliene importasse qualcosa? Forse che ne avrebbe capito qualcosa di più, dopo il concerto? Ovviamente no. Non era la musica che li interessava: ad attrarli era lo spettacolo, il “mirabile monstrum”.
Il bambino si è esibito, ma soprattutto è stato esibito. Come sono esibiti (purtroppo ancora) nei circhi la foca ammaestrata, la tigre domata, il cavallo bardato a festa.
“Com’è carino!”, “Ma che bravo!”, “Guarda com’è concentrato!”, “Ma come fa, così piccolo?” la gente ammira il mostriciattolo – elegantissimo, serio, concentrato, tanto carino – in cui la sfortuna di essere prodigio ha trasformato quel bambino.
Cosa diventerà, quel bambino, fra qualche anno? Glielo auguro di tutto cuore, ma non tutti i prodigi, poi, col sopraggiungere della pubertà, si confermano geni: di Mozart ce n’è stato uno solo. I più, nel campo della musica, cessata la magia dell’infanzia prodigiosa, diventano “normali” concertisti e il loro diventa un nome fra i tanti che affollano i pieghevoli di sala dei sempre meno affollati teatri, poiché la musica classica ha un numero sempre più ridotto di cultori a vantaggio dei concerti rock e rap, dove tra luci, fuochi ed effetti speciali, ci si affolla ad ammirare altri mostri, debitamente coperti di piercing, berretti indossati a rovescio, abiti strappati e tatuaggi, come esige la moda del momento: sono lo spettacolo, la scena, l’originalità, la provocazione che contano, non la musica: basti pensare all’insieme avvilente degli “artisti” che si sono esibiti all’ultimo Eurofestival.
Il bambino prodigio, ovviamente, è tutto diverso: elegantino, col tenero e morbido caschetto di capelli, il visetto serio e il cravattino, è agli antipodi dal look dei rapper e dei rocker. Ma anche se in un modo del tutto diverso, esibendo sulla tastiera la sua precoce abilità diventa anche lui spettacolo. E a me non interessa lo spettacolo, a me interessa la musica.
Quindi, fermo restando tutto il possibile affetto e rispetto per il bambino, insisto a dichiarare la mia insofferenza: non verso di lui (al quale auguro un futuro luminoso e ricco di felicità e successo) ma verso il prodigio che, poverino, si ritrova ad essere.
Giuseppe Riccardo Festa
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