Nei mesi scorsi dai media è stato annunciato un incremento del costo della tazzina di caffè, accolta con disappunto dalla maggioranza degli italiani. L’aumento, ci hanno detto (tentando di darcela a bere), dipende da un maggior costo non solo della materia prima che viene in gran parte reperita nei Paesi dell’America Latina, e, in particolare, in Brasile, ma anche e soprattutto dalle fonti energetiche, gas ed elettricità, necessarie alla sua lavorazione (in primis la tostatura).
In effetti il costo della tazzina del caffè è aumentato, in misura ovviamente diversa: di più in autostrada e negli aeroporti, dove mi è capitato di pagarla il doppio del solito, e assai meno nel bar dove abitualmente ci rechiamo per il rito mattutino, che comprende ovviamente non solo l’assunzione della bevanda, ma anche gli sfottò nei confronti degli amici che hanno la ventura di tifare per la squadra di calcio bastonata nel corso dell’ultima giornata di campionato: capite bene che questo evento rende il rituale irrinunciabile anche se il caffè dovesse costare il doppio.
Bene, probabilmente non tutti sanno che il caffè è la bevanda più consumata al mondo, a parte l’acqua. Si stima che ogni giorno se ne bevano oltre 400 milioni di tazzine, e a berlo non sono solo soggetti sani, ma anche persone affette dalle più varie patologie e anche da cardiopatie. Per tale motivo alcuni colleghi cardiologi hanno voluto valutare attraverso studi seri e di lunga durata se il caffè faccia male, se sia una bevanda assolutamente da evitare oppure se un consumo moderato possa determinare rischi minimi per i cardiopatici, se sia del tutto irrilevante, o se, addirittura, influenzi in modo positivo la loro salute.
In effetti il caffè, e la pausa caffè (universalmente presente all’interno di riunioni e convegni di ogni tipo – anche di natura cardiologica) è una bevanda alla quale è assai difficile rinunciare: serve a cominciare in maniera più tonica una giornata che può presentarsi impegnativa, a raccogliere le energie necessarie per continuare gli impegni professionali e lavorativi, e ad aiutarci ad arrivare in maniera non fiacca alla fine di essa.
L’ “espresso” è un richiamo irrinunciabile anche per gli Italiani che si trovano all’estero, i quali sfidano la qualità spesso pessima di quello che gli si fa bere, perché non sanno rinunciare all’istinto irrefrenabile della tazzina. Ricordo che in occasione di un congresso di Cardiologia svoltosi a Praga circa 20 anni fa, l’unico bar che serviva l’espresso nella bellissima piazza degli Orologi, durante una pausa dei lavori, venne preso letteralmente d’assalto (come usa dire oggi) dai colleghi che non sopportavano di prolungare oltre le 24 ore l’astinenza dalla bevanda nera. Inutile dire che tra essi vi erano i professoroni che alla mattina pontificavano con solennità sulla necessità di evitare gli eccessi del consumo di alcool… e di caffè.
Ma, tornando alla domanda iniziale, il caffè fa male alla salute? E bene rinunciarvi o limitarne il consumo? I pazienti devono starne alla larga o possono assumere quantità modeste?
Si ritiene che una tazzina di caffè contenga oltre 1000 componenti, tra i quali la caffeina è quella presente in maggiore concentrazione: un espresso italiano ne contiene circa 60 mg, una caffé americano per quanto possa sembrare assai diluito può contenerne in realtà dai 180 ai 300 mg.
Se preso in quantità eccessiva può causare ansia agitazione tachicardia irrequietezza agitazione psicomotoria; gli effetti tossici compaiono per assunzione di quantità elevate di caffeina, di circa 1,2 g al giorno (pari al consumo di 20 tazzine), mentre effetti letali possono aversi per un consumo di 75-100 tazzine al di.
Uno degli effetti sfavorevoli dell’assunzione del caffè si riteneva e si ritiene sia l’Ipertensione Arteriosa. Poiché in ambito scientifico non ci si può basare su impressioni personali o aneddotiche, già nel 1978 uno studioso di nome Robertson aveva documentato come l’assunzione di 250 mg di caffeina fosse responsabile di un incremento di renina, noradrenalina e adrenalina causa di un incremento di pressione sistolica e diastolica variabile dai 3 ai 14 mmhg. I risultati di queste ricerche sono poi stati confermati in altre metanalisi del 1999 (Nurminen e altri) i quali avevano documentato, tra l’altro un incremento dei valori pressori dopo circa 90 minuti dall’assunzione della bevanda, tempo impiegato per raggiungere il picco di concentrazione nel sangue.
Tuttavia a queste ricerche della fine del secolo scorso altre ne sono seguite, più recenti e probabilmente più complete. Per esempio l’autore M. Steffen nel 2012, dopo aver analizzato 15 studi clinici, arrivava a concludere che “ il consumo di caffè non risulta associato ad un aumentato rischio di sviluppare ipertensione arteriosa”. E più o meno alle stesse conclusioni è arrivato nel 2018, circa 7 anni fa, lo studioso C. Xie, insieme ai suoi collaboratori, i quali, nella prestigiosa rivista Journal of Human Hypertension di Londra hanno analizzato gli effetti del caffè e della caffeina su ben 247.659 pazienti dei quali ben 54.639 affetti da Ipertensione Arteriosa, accertando che un consumo di caffè superiore a due tazzine al giorno possa, nei consumatori abituali determinare addirittura una riduzione del rischio di ipertensione arteriosa, ipotizzando una sorta di relazione a J invertita tra consumo di caffè e rischio di diventare ipertesi.
Va naturalmente tenuto conto che gli effetti possono essere diversi tra soggetti naive (che non assumono la bevanda) e abituali consumatori. In questi ultimi gli effetti sono sicuramente meno rilevanti. E d’altra parte bisogna sottolineare che il metabolismo di ciascuno di noi, è diverso da quello di chi ci sta accanto: da qui il diverso comportamento di chi assume tranquillamente il caffè anche alla mezzanotte, e di chi non può assumerne più, per esempio, oltre le 16.59, per non correre il rischio di passare una notte insonne. In questa ultima categoria di soggetti è probabile che rientrino coloro i quali presentano una rallentata metabolizzazione della sostanza che potrebbe spiegare effetti più importanti e duraturi come un incremento della PA, agitazione e cardiopalmo. Ma nella maggior parte dei soggetti la presenza nella tazzina di caffè di sostanze come la Vitamina E, il sodio, il potassio ed altre ancora può spiegare l’effetto inverso sui valori pressori di cui si parlava sopra.
La ricerca negli ultimi anni ci ha presentato anche delle interessantissime novità in tema di aritmie, rischio cardiovascolare, mortalità cardiovascolare e per tutte le cause, diabete mellito, e obesità.
Molti ritengono che il consumo di caffè sia causa di palpitazioni e di aritmie. Fino a qualche anno fa si riteneva fosse causa di fibrillazione atriale, una patologia aritmica da non sottovalutare perché impone il trattamento con farmaci anticoagulanti che nei soggetti nei quali vi è indicazione vanno assunti a vita. La fibrillazione sarebbe conseguenza del rilascio di catecolamine, noradrenalina e adrenalina soprattutto, che potrebbero scatenare aritmie ipercinetiche, cioè caratterizzate da incremento della frequenza cardiaca. Ma anche le ultime linee guida della Società europea di Cardiologia del 2020 riportano come improbabile il rapporto diretto tra assunzione di caffè e fibrillazione atriale. Ed ancora sono innumerevoli gli studi che documentano come un consumo incrementale fino a 5 tazzine al giorno non sia associato ad un incremento del rischio di eventi cardiovascolari, semmai appare vero il contrario e cioè che coloro i quali non consumano caffè hanno un rischio addirittura superiore, seppure di poco, rispetto a chi consuma dalle 3 alle 5 tazzine al giorno di caffè. Lo studioso Grosso insieme ai suoi collaboratori ha addirittura documentato una riduzione della mortalità per tutte le cause in soggetti che assumono abitualmente la famosa bevanda. Per finire un mastodontico studio tedesco l’EPIC (European Prospective investigation into Cancer and Nutrition) che ha coinvolto mezzo milione di pazienti i quali sono stati seguiti per oltre 15 anni, ha accertato come i bevitori abituali di caffè hanno rispetto ai non bevitori una riduzione dal 7% al !2% di riduzione di mortalità per tutte le cause.
Concluderei, alla fine di questa disamina sulla bevanda più amata dagli italiani, da cardiologo pratico attento alle novità, ma abituato a valutarle in maniera attenta e necessariamente critica, che oggi una notevole mole di studi documenta che un consumo di caffè dalle 3 alle 5 tazzine al giorno non sia dannoso per l’apparato cardiovascolare, che, probabilmente, dalle 2 alle 3 tazzine al giorno possono essere assunte anche dai cardiopatici che sono abituati a consumare caffè, che questa bevanda se consumata dopo essere stata filtrata presenta pochi rischi per esempio di incremento del colesterolo, dell’insorgenza di diabete e obesità, e che contribuisce anche ad un miglioramento dell’umore di tutti noi. Nei cardiopatici il consumo responsabile non deve essere proibito, ma anzi associato ad uno stile di vita sano ed equilibrato (E con questo speriamo di non dover tornare su questo argomento nei prossimi anni per argomentare il contrario, cosa comunque abbastanza improbabile).
Angelo Mingrone
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