FORME, SENTENZE E RIFORME

Alla fine, uno resta interdetto.

Non credo di essere il solo ad avere avvertito, e continuare ad avvertire, un forte disagio dopo la sentenza d’appello che, a Milano, ha completamente ribaltato l’’esito del processo di primo grado a carico di Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile: da sette a zero.

Uno si sente straniato, le pensa tutte e si sente come quei personaggi dei cartoni animati che hanno un angioletto su una spalla e un diavoletto sull’’altra. L’’angioletto gli dice di ricordarsi dei sacri principi: l’’imputato è innocente fino alla sentenza definitiva, no? E allora andiamoci piano con le cacce alle streghe ed anche con lo stracciarsi le vesti: c’è ancora la Cassazione, no? Sì, va be’’, insinua il diavoletto: ma… possibile che dal primo al secondo grado di giudizio tutto possa essere cambiato in modo così speculare?

C’’è anche un pensiero fastidioso che il diavoletto insinua nella mente. Un pensiero fastidioso in chi si sforza di avere fiducia nelle istituzioni, che in realtà è un urlo – di sdegno, di trionfo, di scherno a seconda di chi lo emette – in molti altri. È il tarlo del dubbio: un dubbio che induce a immaginare nessi di causa ed effetto tra gli accordi politici “del Nazzareno” fra Berlusconi e Renzi e questa clamorosa assoluzione.

Uno che ascolta l’’angioletto, e si sforza di avere fiducia nelle istituzioni, questo genere di pensieri fa di tutto per scacciarlo. Ma spesso fatica a riuscirci. Certo, dice uno: al processo di primo grado, a difendere Berlusconi c’’era Ghedini, che ha clamorosamente perso tutti i processi in cui affiancava il suo datore di lavoro e capo di partito, oltre che assistito; in appello, invece, c’’era Coppi, uno che gli fumano. Vuoi mettere? Eppure,… eppure…

Eppure è inutile nascondersi dietro un dito: il disagio rimane. Anche perché questa sentenza va a sovrapporsi agli sgradevoli dissidi fra magistrati che hanno squassato il Tribunale di Milano proprio a proposito di quel processo.

E va be’’. Insomma, non è vero che Berlusconi ha abusato della sua carica quando ha fatto quella famosa telefonata alla questura di Milano, e non è vero che è andato a letto con Ruby quando la ragazza era minorenne, o non è vero che sapeva che era minorenne, e –- giurin giurello -– era convinto in buona fede che la ragazza fosse la nipotina dell’’allora presidente egiziano Mubarak. Mah.

Patti scellerati fra la politica e la magistratura? Il diavoletto, sulla spalla sinistra, ridacchia e insinua: “io ti do una riforma a te e tu mi dai un’’assoluzione a me”. L’’angioletto, dall’’altra parte, si ribella: no, non è possibile! Questo squasserebbe dalle fondamenta le basi stesse dello Stato. Una magistratura che si presta a questi giochini? Ma no, dài, non scherziamo!

Eppure il dubbio è inevitabile. Anche perché – sussurra il diavoletto – queste riforme, che il Governo Renzi considera vitali e indispensabili per snellire – finalmente! – la macchina dello Stato, molti costituzionalisti le guardano con sospetto. Senato senza poteri, premi di maggioranza troppo premianti, liste elettorali bloccate.… Va a finire, dicono quei costituzionalisti (e il diavoletto), che il famoso gioco dei pesi e contrappesi, che assicura il necessario equilibrio fra i poteri dello Stato, si sfascia e ci ritroviamo con un governo onnipotente, proprietario di una maggioranza facilmente controllabile, che decide tutto: non solo quali leggi approvare e quali no, ma anche chi mettere al Quirinale e chi mettere alla Corte Costituzionale; e così, magari, anche sfasciare la Carta Costituzionale.

Ha un bel difenderle, la bella ministra Boschi, le “sue” riforme”. Questa assoluzione così clamorosa, così sbiancante, così assoluta e totale, va a sommarsi a tanti altri piccoli – e meno piccoli – segnali che magari, per carità, non vanno collegati fra loro, però……

Però, che vi devo dire? Quella sensazione di disagio, quel fastidio, quel malessere che questi segnali provocano sono là, come le briciole nel letto o il ruvido di una maglia di lana grezza sulla pelle.

La bella ministra Boschi ci ha detto di giudicarla dalle riforme, e non dalle forme. Viene da dirle, dando retta a quel dannato diavoletto, che, forse, le sue riforme non rendono giustizia alle sue forme.

Giuseppe Riccardo Festa

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