Eviteremo di fare la guerra a Putin, ma non per amore della pace.

È molto evidente che Putin scommette sulla sostanziale ignavia dei governi, e non solo dei governi, del mondo occidentale.

Al di là delle dichiarazioni sdegnate e delle manifestazioni di solidarietà al popolo ucraino, infatti, è a dir poco improbabile che le reazioni di Europa e USA si spingano oltre un inasprimento di sanzioni in teoria già attive da tempo ma di fatto inefficaci se non per l’effetto negativo che hanno avuto sulle economie di chi le ha decise, specialmente quella italiana che con la Russia di Putin, anche dimenticando il gas naturale, aveva scambi importanti.

Come già alla vigilia della II Guerra mondiale, quando nessuno aveva voglia, in Europa, di “morire per i Sudeti”, anche oggi nessuno, e non solo in Europa, ha voglia di morire per Kiev. Hitler contava sull’indifferenza dei governi democratici del tempo, Putin scommette su quella dei governi e dei popoli occidentali di oggi: è convinto di potersi prendere l’Ucraina, come già si è preso la Crimea, e probabilmente non passerà molto tempo prima che – magari con l’entusiastico accordo di Lukashenko – si riprenda anche la Bielorussia, per poi fare un pensierino anche sulle tre repubbliche baltiche.

Fino a che punto potrà tirare la corda? È difficile dirlo.

Se è vero, come è vero, che di fare la guerra, da questa parte del mondo, non ne ha voglia nessuno ed è altrettanto vero che in ogni caso la guerra non risolve i problemi ma al massimo redistribuisce gli equilibri di potere e i problemi in realtà li aggrava, è anche vero che l’aggressione russa all’Ucraina è un banco di prova: l’inerzia dell’occidente di fronte a questo sopruso potrebbe incentivare azioni analoghe da parte della Cina contro Taiwan e perfino della Corea del Nord contro la sua eterna nemica del Sud. Gli Stati Uniti possono permettersi di assistere inerti a eventi di questa portata? E comunque, con i guai e le lacerazioni interne che hanno, avranno voglia e modo di impegnarsi in conflitti dagli sbocchi imprevedibili e sicuramente disastrosi, comunque finiscano?

L’Europa certamente no: l’Unione, purtroppo, è debole sia politicamente che militarmente perché gli interessi nazionalistici continuano a prevalere sull’interesse comune e all’interno degli stessi Stati non mancano forze politiche (in Italia, ad esempio, la Lega di Salvini) che guardano con simpatia, se non verso l’espansionismo, quantomeno verso il sistema di potere che Putin ha instaurato in Russia.

Diciamoci la verità: da un lato siamo tutti troppo affezionati al nostro egoistico benessere per rinunciarci nel nome della difesa dei sacri principî dei diritti e della pace fra i popoli (basti pensare alla sostanziale indifferenza nei confronti dei migranti dall’Africa, dalla Siria, dall’Afghanistan e da altri punti di crisi nel mondo); dall’altro, ragionevolmente, siamo consapevoli della debolezza di un sistema difensivo europeo che in pratica non esiste, visto che non è mai nata una forza armata comunitaria e non esiste nemmeno un embrione di coordinamento fra le varie forze armate nazionali. Continuiamo a dipendere dall’ombrello difensivo statunitense che però è sempre meno interessato a difendere altro che gli stessi Stati Uniti.

L’Europa, purtroppo, di fronte alla spregiudicatezza di Putin si dimostrerà ancora una volta imbelle e impotente, a causa degli egoismi e della miopia dei suoi Stati membri che comunque, paradossalmente, non esiteranno ad addossare a lei la responsabilità della sua impotenza.

Putin lo sa. Sa benissimo che la nostra reazione si fermerà a un patetico agitare di indici e temporaneo serrar di portafogli. Si prenderà l’Ucraina, come già si è preso la Crimea, e forse per un po’, dopo, starà buono, in attesa che gli sdegni di facciata si plachino e i mercati si riaprano.

Poi comunque ricomincerà, convinto com’è – l’ha detto egli stesso – di avere il diritto di ricostituire l’impero russo nei suoi “storici” confini, ma senza sdegnare, se possibile, di allargarli ancora di più verso ovest; e noi continueremo a indignarci e basta.

Il mondo è dominato dal cinismo. Il nostro è quello di chi pensa al suo orticello e non vuole seccature; il suo è quello di chi non bada alle vite che calpesta pur di gratificare la propria megalomania: il cinismo dei bottegai contro il cinismo del tiranno. Machiavellicamente, Putin non si preoccupa dei mezzi che usa: quello che conta, per lui, è il fine.

Il suo cinismo, purtroppo, si sta dimostrando vincente.

Giuseppe Riccardo Festa

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