ERRARE HUMANUM EST? FINO A UN CERTO PUNTO.

Voglio condividere con i miei ventiquattro lettori uno scambio che ho avuto con una ragazza, che sulla pagina degli estimatori del Maestro Riccardo Muti aveva scritto questo commento: “pullula cultura da tutti i pori”.

Con un messaggio privato, per non metterla pubblicamente in difficoltà, nel nome del condiviso amore per Muti, la musica classica e in generale per la cultura, le ho suggerito di sostituire quel “pullula” – che detto fra noi è terribile – con un verbo più adeguato. Questo è il testo del mio messaggio:

Gentile Signora, le scrivo in privato per consentirle di ovviare a un refuso sul suo contributo riguardante il Maestro Muti: il verbo “pullulare” si riferisce al movimento rapido e frenetico di grandi masse di soggetti: ad esempio “la piazza pullula di gente”, “il campo pullula di lombrichi”, “il parterre pullula di spettatori”. Per il commento riguardante il Maestro (che condivido) mi permetta di suggerirle di sostituire quel verbo col più adeguato “traspira”. La saluto con la massima cordialità.

Mi ha risposto che lei è del sud, di non esagerare, e che – cito – pullulare anche se si riferisce ad altro rende l’idea di quanto sia enorme la cultura del maestro. Traspare per lui è diminutivo.

Inevitabile, a questo punto, la mia risposta:

Veramente, io non le ho suggerito “traspare” ma “traspira”. 🙂 Sono del Sud anch’io, ma le confesso che non ho capito perché abbia tenuto a precisarlo. Mi sono permesso di farle notare che “pullulare” non è il verbo più idoneo, nella circostanza, nel nome del comune apprezzamento del Maestro Muti: non mi prenda per un pedante: ho qualche anno più di lei e sono innamorato della nostra bella lingua, la più bella del mondo. Sommessamente faccio quel che posso per stimolarne un uso quanto più possibile corretto. Detto questo, se lei proprio preferisce “pullulare”, per quanto non sia (scusi se insisto) un verbo adeguato, lei è domina et magistra dei suoi post.

La faccina aveva l’evidente scopo di sottolineare la cordialità delle mie osservazioni. Ma la sua replica, a questo punto, è stata la seguente:

sa ha qualke anno in più ma non ha ancora imparato ad andare fuori dagli schemi ora la saluto buona giornata

Eccoci venuti al punto: evidentemente piccata, la signorina, nonostante le mie cautele e il mio sforzo di restare su un piano di cordialità e cortesia, ha ritenuto di richiamarmi alla mia chiusura mentale: che pretesa, stare lì a invitare la gente a usare le parole giuste invece di dire spropositi!

La mia conclusione? Semplice: troppa gente scrive ma prima non legge. E troppa gente, quando scrive, dopo non si rilegge. Peggio ancora, troppa gente, messa di fronte ai propri strafalcioni, pretende comunque d’avere ragione.

Io sarò magari all’antica, superato, obsoleto, patetico e barbogio e, perché no, noioso; ma continuo a ritenere che la proprietà di linguaggio e l’uso corretto del vocabolario siano condizioni irrinunciabili per esporre le proprie idee; e che non ci sia cultura se non c’è la capacità di ammettere i propri errori. Non parlo di umiltà, una virtù che trovo un tantino avvilente, ma di onestà intellettuale: l’umiltà induce a sminuire le qualità che si possiedono, mentre l’onestà intellettuale spinge a riconoscere che ci sono qualità che non si possiedono.

Ma la distinzione tra umiltà e onestà intellettuale, in fondo, non è poi così importante, almeno fra tanti dei postatori di commenti sui social network, che molto evidentemente – oltre a non conoscere la lingua che parlano – di queste due virtù non ne possiedono né l’una né l’altra.

Giuseppe Riccardo Festa

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