DOVE NASCE IL FUTURO: UNA PIZZERIA, SEI VITE E UN PONTE TRA CALABRIA E AFRICA

Sotto il segno di Pedro’s, la pizza diventa linguaggio universale tra culture e destini

I nuovi protagonisti del gusto

Antonio Loiacono

C’è un momento, in ogni impresa collettiva, in cui tutto smette di essere progetto e diventa realtà. È un istante sospeso, fatto di attese, voci sovrapposte, connessioni che attraversano chilometri e cuori. Ieri mattina, in Calabria, a Cariati, dentro una pizzeria che profuma di legna e tradizione, quell’istante ha preso forma attraverso uno schermo: l’ultima riunione prima dell’inizio.

Dall’altra parte, a migliaia di chilometri, c’è Lomé, la capitale del Togo e capoluogo della regione Marittima. Affacciata sul Golfo di Guinea, vicino al confine con il Ghana, è il principale centro industriale ed amministrativo del Togo, oltre che il suo porto più grande. Ed è lì che, domenica 19 aprile 2026, una nuova storia aprirà le sue porte. Si chiama “TradiPizza”, ma chiamarla semplicemente pizzeria sarebbe riduttivo.

È un luogo che nasce già abitato da un’idea precisa: autonomia, lavoro condiviso, dignità costruita giorno dopo giorno. A guidarlo saranno cinque donne togolesi e un sesto socio, uniti da una scelta che è insieme economica e profondamente umana: creare il proprio futuro attraverso una cooperativa. All’inizio non ci saranno ruoli rigidi né gerarchie distanti—ognuno farà tutto, dalla gestione alla produzione, in un equilibrio fatto di responsabilità diffuse e fiducia reciproca. Una scommessa, certo. Ma anche una dichiarazione di concretezza.

Dietro questa apertura non c’è improvvisazione, ma un percorso lungo quasi tre anni. Un cammino iniziato nell’autunno del 2023, intrecciando istituzioni, volontariato e competenze professionali. Non un gesto isolato di solidarietà, ma un lavoro paziente, costruito passo dopo passo, con l’ambizione di generare sviluppo reale.

Fondamentale è stato il passaggio di conoscenze. Mani esperte che hanno insegnato ad altre mani, trasformando la tradizione in strumento di emancipazione. Il sapere dell’arte bianca, trasmesso con passione e rigore; la capacità di dare forma a un’identità visiva, di raccontarsi attraverso un logo, un menù, un’immagine riconoscibile; persino il lavoro sul legno, per costruire gli elementi fisici di un luogo che non è solo spazio, ma racconto tangibile.

A dare forma a tutto questo sono stati diversi attori, uniti da un obiettivo comune: trasformare un’idea in un’impresa reale. Federcasse, il progetto “Le BCC con il Togo” e i volontari di Calabria Excellent ETS hanno tracciato la rotta. 

E in mezzo, inevitabilmente, ci sono le persone. Le loro emozioni, i loro percorsi, il senso profondo di ciò che è stato costruito. Per chi ha insegnato, non è solo un traguardo professionale: è qualcosa di più intimo, quasi un ritorno. Un modo per dare significato a anni di esperienza, restituendoli sotto forma di opportunità.

Il risultato è qualcosa che va oltre la somma delle sue parti. “TradiPizza” è un progetto completo, coerente, pronto. Non solo perché ha un forno acceso e un menù definito, ma perché ha un’identità. E soprattutto, perché ha persone che sanno cosa stanno facendo.

Tra queste, una figura emerge con particolare forza: Giovanni Pietro Tangari, per tutti Pedro’s. Non solo un maestro pizzaiolo, ma un custode di tradizioni e gesti antichi, capace di trasmettere molto più di una tecnica. Nelle sue lezioni non c’era soltanto l’arte dell’impasto perfetto o il segreto della lievitazione, ma una filosofia del lavoro fatta di precisione, passione e rispetto.

Accanto a lui, la professoressa Elena Salvati ha dato forma all’identità visiva del progetto. Ha guidato le partecipanti in un percorso creativo che le ha rese protagoniste della costruzione dell’immagine del locale: il logo, i colori, il menù. Ogni dettaglio è diventato una scelta consapevole, un modo per raccontarsi ancora prima di servire la prima pizza.

E poi c’è stato il legno, materia viva e concreta, lavorata sotto la guida di Stefano Mussuto. Insegne, arredi, piccoli elementi che trasformano uno spazio in un luogo. Anche qui, nulla è stato semplicemente fornito: tutto è stato appreso, costruito, interiorizzato.

Anche chi ha coordinato e sostenuto l’iniziativa racconta una storia che va oltre i numeri: quella di una comunità capace di offrire senza misura, di credere in un progetto fino a renderlo concreto. Un gesto collettivo che supera il semplice aiuto e diventa condivisione autentica.

Infine, c’é il ringraziamento di Fabio Pugliese, presidente dell’associazione Calabria Excellent ETS, che riconosce il valore di una rete fatta di volontari, di energie messe in comune, di fiducia. Perché è questo, in fondo, che rende possibile un progetto del genere: la convinzione che costruire insieme abbia ancora senso.

Perché “TradiPizza” non è soltanto un’insegna accesa in una strada di Lomé. È un punto di incontro tra mondi diversi, un esempio di cooperazione che non resta teoria ma si traduce in lavoro, autonomia, prospettiva. È un modello che parla una lingua semplice e potente: quella delle possibilità.

Il risultato prende la forma di qualcosa di compiuto e vivo: non solo un locale pronto ad accogliere i primi clienti, ma un progetto che respira identità, organizzazione e visione, dove ogni dettaglio – dagli strumenti al racconto visivo – parla di autonomia e futuro. In questo scenario si inserisce l’emozione autentica di Tangari, che confida: «Quest’anno festeggio i 30 anni di attività e – credetemi – non potete immaginare quanto questa inaugurazione rappresenti per me il regalo più bello». Le sue parole non suonano come un bilancio, ma come una restituzione: l’esperienza accumulata che torna al mondo sotto forma di opportunità per altri.

Attorno a questa energia si raccoglie anche lo sguardo di chi ha accompagnato il percorso, riconoscendo in esso qualcosa di raro: una generosità capace di superare le attese, di trasformare l’impegno in bellezza concreta. E infine, resta il senso corale di un’impresa che non appartiene a un singolo, ma a una comunità intera—fatta di volontà, competenze e presenza—che ha saputo costruire non solo un’apertura, ma una promessa destinata a durare.

E quando domenica a Lomé, il forno verrà acceso per la prima volta, non sarà solo l’inizio di un’attività. Sarà qualcosa di più sottile e profondo. È un gesto antico, primordiale, che parla di nutrimento ma anche di comunità. A Lomé, quel fuoco non servirà soltanto a cuocere pizze. Sarà un segnale, una presenza viva, un punto di partenza.

Sarà il segnale che, anche quando le distanze sembrano immense, esistono ponti invisibili capaci di unire visioni, mani e destini.

Non è la fine di un progetto. È l’inizio di una storia che continuerà a scriversi ogni giorno, tra farine, sorrisi e nuove possibilità. E forse, proprio lì, tra Calabria e Africa, tra Cariati e Lomè, qualcuno ha trovato un modo semplice e potente per dimostrare che il futuro, quando è condiviso, ha un sapore diverso!

 

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