Colori e Pregiudizi.

elisa agazio22-8-2016 (2)Si è tanto parlato, nei giorni scorsi, di un grande tema al quale purtroppo non ho potuto – e anche un po’ voluto – prendere parte; non l’ho fatto perché in quel momento, sono sicura, non avrei saputo esprimermi al meglio ma, adesso, libera da impegni e scadenze, posso dire la mia modesta opinione in tutta tranquillità. Fa tristezza, oggi come oggi, sentire frasi del tipo: “Extracomunitari nel nostro Paese? Ma stiamo scherzando? Chissà quante malattie che porteranno!” o, ancora: “Non potremmo più uscire da casa” oppure, quella che preferisco di più “Non possiamo mangiare noi Cariatesi, figuriamoci se possiamo mantenere loro!”. Ora, perdonate la mia poca diplomazia – qualità mai avuta per altro – e lasciatevelo dire: dire di queste frasi è da persone tanto bigotte quanto chiuse mentalmente, fermo restando una liberà di opinione che ognuno ha il diritto di esercitare come meglio crede.

Primo: Nessuno dovrebbe mantenere nessuno. Ci sono tantissimi lavori che, spesso e volentieri, noi italiani non ci abbassiamo a fare; non ci abbassiamo ad andare nei campi, ad andare a fare pulizie e potrei elencarvi ancora tanti, tantissimi, lavori che non solo – forse – non vogliamo fare ma non ne saremmo nemmeno capaci. Sì, perché per andare nei campi e starsene otto ore sotto il sole (o sotto l’acqua) a raccogliere olive per 30 miseri euro, ci vuole un’umiltà, un senso del dovere e del sacrificio che ce lo sogniamo! Ricordiamoci, fra l’altro, che le persone che voi pensate di dover mantenere sono le stesse che hanno aiutato in modo gratuito – chiamasi solidarietà – a salvare gente da sotto le macerie in un’Italia ridotta in pezzi; sono gli stessi che troviamo ogni giorno davanti il supermercato e che sono disposti per pochi centesimi a caricare la nostra auto di casse d’acqua, decisamente troppo pericolose per la nostra schiena.  

Secondo: il nostro amico d’infanzia parte per la sua bellissima vacanza e va in Brasile. Un viaggio impegnativo che lo porterà a contatto con una miriade di gente, in una miriade di posti fra cui, udite udite, un aeroporto che, per antonomasia, è il luogo più pericolosamente infetto che esista. Quale probabilità c’è che, il nostro carissimo amico, possa contagiare una malattia infettiva? Numericamente non saprei; praticamente è alta, molto alta. Le malattie non sono un male extracomunitario: provate ad andare in una metro, in un treno, in una circolare senza beccarvi un semplice raffreddore. Provate ad andare in un bar e prendere un caffè in tutta tranquillità: io una volta l’ho fatto e un cappuccino mi è costato sei mesi di convalescenza. Fate un po’ voi.

Terzo: non parlate di violenza. Non parlate di violenza protratta da extracomunitari perché – leggete le statistiche – il primo schiaffo oggi arriva proprio dal sangue del nostro sangue. Peccato che non sia un semplice schiaffo il problema; peccato che esistano madri che uccidono i propri figli oppure – modo più “elegante” – fingono di dimenticarli in auto. Peccato che esistano mariti che uccidano le proprie mogli e via dicendo.

Queste sono solo tre, delle tante cose che ho letto, a cui ho deciso di dare risposta.

C’è una quarta questione molto più – come dire? – piccante. Da cattolica non praticante, mi vengono i brividi nel pensare che queste cose vengano pronunciate – o anche solo pensate –  da persone che ogni domenica sono seduti fra le prime file della messa delle 11.00. A meno che andare in chiesa sia solo un modo per mostrare la nostra piega piuttosto che la nostra borsa firmata o le unghie all’ultimo grido, l’accoglienza dovrebbe essere il nostro pane quotidiano accompagnata da sentimenti quali la solidarietà, la fratellanza e tutte quelle nobili cose che leggiamo davanti ad un microfono nel pieno della liturgia.


razzismoAllora, due sono le cose: quando diciamo di essere credenti, fedeli alla parola e agli insegnamenti di Gesù, quando pensiamo di essere dei buoni cristiani – a differenza di quelli come me che in chiesa vanno poco – riflettiamo su quanto sia grande la nostra incoerenza. Diversamente, se pensiamo davvero che il colore della pelle possa essere causa di tutti i problemi sopra esposti, allora dobbiamo avere il coraggio di dire ai nostri bambini di non stare vicino al loro compagno di classe di colore: potrebbe ammalarsi. Dobbiamo avere la faccia di dire ai nostri figli che, nel fare un giro giro tondo all’asilo, devono stare attenti a chi dare la manina: non sia mai capiti “per caso” vicino il figlio di quello che sta davanti alla Conad. Insomma, dobbiamo avere il coraggio di dire a gran voce: io sono razzista e non frasi del tipo: “Io non sono razzista ma.” No. Nessun ma. Si è razzista o no. Si è omosessuale o no. Si è innamorati o no. Sui principi o sulla natura, non esistono e non possono esistere vie di mezzo.

La verità, cari miei lettori, è che gli anni passano, ma noi siamo sempre più inconsapevolmente e tristemente schiavi dei nostri pregiudizi e come disse qualcuno “è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.” – A. Einstein. 

Elisa Agazio

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