NETANYAHU PERSEGUE LA “SOLUZIONE FINALE DEL PROBLEMA PALESTINESE” E QUASI TUTTO IL MONDO COSIDDETTO CIVILE E’ SUO COMPLICE

È grottesca, oltre che irritante e di una sfacciata arroganza, la risposta di Netanyahu alla decisione del Presidente francese, Emmanuel Macron, di riconoscere lo Stato di Palestina, dopo che in Europa già l’hanno fatto Spagna e Svezia. Il colpo è stato duro per Netanyahu e i suoi accoliti, perché la Francia, oltre ad essere un membro del G7, è anche la Patria dei Diritti dell’Uomo, dell’Illuminismo, di quel Voltaire che predicava la tolleranza fra gli uomini.

Netanyahu, per il gesto di Macron, parla di regalo al terrorismo: ha il coraggio di farlo lui che ormai da due anni sta massacrando, mutilando e affamando una popolazione inerme, che impedisce ai soccorsi internazionali di entrare nella Striscia, che fa sparare sulla gente in fila per il pane. È ripugnante e cinico quanto la candidatura, da lui avanzata, del premio Nobel per la Pace per Donald Trump, che a sua volta non ha mancato di esprimersi in modo irridente per la decisione del Presidente francese.

Oramai, e non da oggi, il re è nudo. Sebbene i fatti del 7 ottobre siano oggettivamente gravissimi e ingiustificabili, ancor più grave e ingiustificabile è che Netanyahu e i suoi complici se ne servano come alibi per pretendere di legittimare la distruzione sistematica della Striscia di Gaza e l’assassinio dei suoi abitanti.

È ormai evidente che il governo israeliano sta attuando, nella Striscia, una politica che ha un solo nome: Soluzione Finale del Problema Palestinese. Questa definizione ne richiama volutamente un’altra, quella che il regime nazista di Hitler avviò per eliminare gli Ebrei dalla faccia della Terra. Questa definizione, volutamente, assimila il genocidio perpetrato dai nazisti a quello in corso a Gaza.

È una definizione insultante? È una definizione antisemita?
No: è la constatazione di un dato di fatto. Sempre più esponenti del governo israeliano ripetono ormai che la Striscia deve essere annessa al territorio di Israele, che i Palestinesi devono emigrare volontariamente. È evidentemente proprio per stimolare questa volontarietà che intanto li stanno sterminando, mutilando, affamando.

Meritoriamente, una parte dell’opinione pubblica israeliana protesta contro questo cinico, spietato, indegno massacro; meritoriamente, moltissimi Ebrei, dentro e fuori da Israele, denunciano un così sfacciato e disumano piano di annessione; ma troppi governi, a partire da quello italiano, tacciono colpevolmente o, ipocritamente, alzano la voce soltanto quando le bombe di Israele, oltre ai Palestinesi (e poco importa che quei Palestinesi siano donne, vecchi, bambini, medici, giornalisti), colpiscono anche un entourage cristiano. E comunque, se la voce alzano, lo fanno sommessamente, invocando la necessità di difendere la sola cosiddetta democrazia esistente nel Medio Oriente.

Ma si può ancora definire democratico un Paese che sta sistematicamente distruggendo una intera enclave umana? È democratico un Paese che, oltre a questo, apertamente invade i territori altrui, ne distrugge i villaggi e ne caccia e uccide gli abitanti, come i coloni israeliani stanno facendo ormai da anni nella West Bank, con la benedizione del loro governo e in spregio a tutte le risoluzioni dell’ONU? È democratico un Paese il cui capo del governo persegue da anni una politica di aggressione a 360 gradi al solo fine di conservare il proprio potere, col consenso della parte più ottusa, reazionaria, integralista e bigotta della popolazione israeliana?

La strage in atto, scientificamente e cinicamente organizzata, giustificata come reazione all’azione di Hamas del 7 ottobre, è a tal punto sproporzionata da dare netta la sensazione che Netanyahu non aspettasse altro, che desiderasse ardentemente di avere un alibi per scatenare la sua soluzione finale del problema palestinese. Una soluzione finale che è ormai quasi certo, porterà a termine trasformando la Striscia, per la gioia dei palazzinari amici di Donald Trump e grazie al complice silenzio dei governi occidentali, con ben poche, per quanto meritorie eccezioni.

Gaza diventerà così, realizzando il sogno di Trump, di Netanyahu e di molti ministri israeliani, un immenso resort di lusso, fabbricato su un mare di sangue e di sofferenza; un monumento al cinismo e alla legge del più forte, edificato sulle macerie delle case dei Palestinesi e del diritto internazionale.

Ma, a dispetto dell’ineluttabilità di un futuro che sembra ormai già scritto, rifiutare una politica basata sulla sopraffazione e sulla distruzione di un intero popolo è dovere di coloro che ancora coltivano il concetto di umanità e di civiltà. La voce di queste persone deve gridare, forte e chiaro il suo “No” e unirsi a quella degli Ebrei del mondo e dei cittadini Israeliani che si oppongono a una simile, immane vergogna.

Forse, anzi quasi certamente, non servirà a nulla. Ma quelle persone, se non altro, potranno presentarsi a fronte alta davanti al Tribunale della Storia, e soprattutto davanti a quello della loro coscienza, ed affermare, con fermezza e con orgoglio:

Quegli assassini non hanno agito a mio nome. Io non sono stato un loro complice.

Giuseppe Riccardo Festa

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