Virginia Raggi: giudicate il sindaco, non insultate la donna.

Salvo un improbabile miracolo, la parabola dell’avventura politica di Virginia Raggi si avvia ad una conclusione malinconica, se le va bene, e se le va male anche ad una sequela di strascichi giudiziari. Virginia Raggi, in quanto sindaco di Roma, si è dimostrata la persona sbagliata al posto sbagliato nel momento peggiore.

I suoi predecessori, soprattutto Gianni Alemanno, sono riusciti ad aggravare fino alle soglie del collasso la situazione di una città che già di suo di problemi ne aveva accumulati in quantità impressionanti, fin dall’epoca umbertina e poi, dal dopoguerra, con una crescita edilizia disordinata, caotica e disorganizzata che ha generato il termine dispregiativo palazzinaro; e in ogni campo, e a qualsiasi livello, chi ha potuto – chiunque ha potuto – ha fatto per decenni i suoi comodi trattando la città come una vacca da mungere. Ma tutto questo Virginia Raggi, e con lei il suo partito, lo sapeva benissimo, essendo essa stessa romana ed avendo svolto la pratica legale nello studio Previti, che negli intrallazzi e negli affari dell’Urbe era necessariamente addentro, se non coinvolto. In più sedeva sui banchi dell’opposizione, durante la breve stagione dell’amministrazione Marino, ed ha sovente stigmatizzato questo o quel comportamento, indicato questa o quella inadeguatezza, condannato questa o quella insufficienza.

Durante la campagna elettorale ha promesso di avere la chiave per la soluzione di tutti i problemi assicurando comunque trasparenza, efficienza e soprattutto onestà. Poi purtroppo, per lei e soprattutto per la città, le sue promesse si sono rivelate un libro dei sogni, fino a farla sprofondare – né più né meno come certi suoi tanto stigmatizzati predecessori – nelle panie delle accuse di falso e abuso d’ufficio.

Virginia Raggi, assumendo l’incarico di sindaco di Roma, non aveva la più pallida idea delle dimensioni della montagna di guai in cui andava a cacciarsi. Forse non se ne rende conto nemmeno ora. Ma quali che siano le sue inadeguatezze, le sue carenze e le sue ingenuità, è in quanto sindaco che va valutata, e non altro (anche per questo trovo stupido, oltre che brutto, il termine sindaca. Forse che un uomo che fa la guardia giurata lo chiamiamo guardio giurato?)

Molti pensano che parecchi simpatizzanti del M5S siano volgari cialtroni e odiatori di professione; forse è vero e forse no, ma bisogna dire che anche sul versante opposto i volgari cialtroni e odiatori di professione abbondano, e abbondano gli squallidi e volgari insulti sessisti. Ho letto su Facebook innumerevoli commenti su Raggi infarciti dei soliti epiteti (non li riporto, ma i miei ventiquattro lettori possono facilmente immaginarli) che certa gente elargisce alle donne che fanno politica quando appartengono alla parte avversa. Spesso scatta in me una specie di molla e invito quei soggetti a valutare le varie Boldrini, Raggi, Serracchiani, Mussolini, Bindi e Santanchè nella loro funzione di uomini (ripeto: uomini) politici, non in quanto donne; e insisto affinché la piantino di misurarle sul metro della loro maggiore o minore appetibilità sessuale e di insultarle con i termini postribolari che tutti ben conosciamo.

Il risultato, di solito, è che vengo coperto di insulti pure io, ma poco importa. Gutta cavat lapidem, dicevano i nostri antenati: la goccia scava la pietra. Ma anche se fosse inutile pazienza: in un mare di violenza, sessismo, cialtroneria e maleducazione, poco importa d’essere soli, se si difendono correttezza, moderazione, rispetto, stile e buone maniere.

Meglio essere soli, miei affezionati ventiquattro lettori, che male accompagnati.

Giuseppe Riccardo Festa

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