USA, Francia e UK: bombardare la Siria per scordare i propri guai.

Uno è assediato dai media, dall’FBI e da qualche giudice per via di relazioni pericolose con certe signorine del tipo che un tempo si definivano “di facili costumi” e con organizzazioni e personaggi russi che avrebbero giocato sporco a suo favore, sui social network,  durante le elezioni presidenziali; il secondo è in caduta verticale nell’apprezzamento dei suoi concittadini a causa di riforme che provocano malumori e scioperi a oltranza; la terza, infine, guida un governo che sta in piedi per scommessa, vede l’economia arrancare ed è costretta a registrare il bilancio tutto sommato deludente della fuoriuscita dalla Comunità Europea, già annunciata come rilancio di un fiero e orgoglioso destino imperiale che in realtà era già tramontato fin dalla Conferenza di Yalta, alla fine della II Guerra Mondiale, quando fu chiaro che oramai i destini del mondo non si decidevano più a Londra ma a Mosca e a Washington.

E così, ansiosi di risollevare i propri destini e la propria immagine sempre più opachi entro i confini domestici, Donald Trump, Emmanuel Macron e Theresa May hanno accolto come una benedizione l’annuncio che il regime di Hassad avrebbe fatto uso di armi chimiche per bombardare una enclave di ribelli alle porte di Damasco; ed ergendosi a paladini del rispetto dei diritti umani, stanotte hanno a loro volta bombardato certi siti siriani, badando bene di evitare di toccare le non lontane basi russe.

Siamo tutti d’accordo: l’uso di armi chimiche è ripugnante e disumano. Però non mi sembra che l’uso di armi “normali” sia invece nobile e altruista. Assediati, bombardati e mitragliati, in Siria i civili muoiono come mosche da sette anni, presi in mezzo tra il fanatismo islamista dei ribelli e il cinismo spietato di Hassad e dei suoi sostenitori; ma al di là delle solite e sterili dichiarazioni di principio, ben poche voci si sono levate per condannare la strage. Al contrario, i siriani in fuga dai bombardamenti sono visti, da questa parte del Mediterraneo, come fastidiosi e sgraditi “invasori islamici”. Abbiamo pianto qualche lacrimuccia ipocrita sulla foto di Aylan, riverso su quella spiaggia, ma poi abbiamo pagato Erdogan per fermarli e siamo tornati a badare ai fatti nostri.

Non provo alcuna simpatia per Vladimir Putin, il suo regime e il suo imperialismo; ma se si tenta di ragionare freddamente e con distacco, il sospetto che stavolta qualche ragione possa averla, e che il presunto attacco con armi chimiche sia solo un pretesto utile ai governi di USA, Francia e Gran Bretagna per distrarre le rispettive opinioni pubbliche dai loro problemi interni, e da quelli personali dei propri leader, potrebbe non essere del tutto campato in aria. Non a caso la grassa e florida Germania si è chiamata fuori da questa azione che vorrebbe sembrare nobile ma puzza invece di opportunismo e di cinismo: la signora Merkel non ha bisogno di armi di distrazione di massa per gestire il suo governo.

Quanto all’Italia, ne è fuori anch’essa, e per una volta il caos e l’incertezza nei quali versa il suo mondo politico sono una benedizione: essi sono infatti un alibi per poter dire che non c’è un governo nel pieno dei suoi poteri ed evitare così di prendere una posizione, che i bellicosi alleati si sono comunque astenuti dal chiederle: se pure un governo ci fosse stato, un parere, all’Italia, non sarebbe stato comunque chiesto e se pure l’avesse dato, nessuno ci avrebbe fatto caso più di tanto: presi come siamo dalle nostre miserabili querelle interne, divisi su tutto, noi italiani non abbiamo una politica estera e a dispetto dei miliardi che spendiamo in missioni “di pace” qua e là nel mondo, non abbiamo nessun peso quando si tratta di prendere decisioni che pure, ci piaccia o no, finiscono prima o poi per coinvolgere pesantemente anche noi.

Ma non abbiamo nessun diritto di recriminare: la nostra irrilevanza sullo scacchiere mondiale, e la sufficienza con cui ci si guarda nelle cancellerie, sono frutto esclusivamente del nostro cronico e inguaribile, meschino e miope, tragico e ridicolo provincialismo.

Giuseppe Riccardo Festa

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