Una zavorra chiamata debito pubblico

Ricordo bene quando tutto cominciò: stavano finendo gli anni ’70 del secolo scorso. Io, in banca, lavoravo allo sportello, all’epoca. D’improvviso un sacco di clienti cominciò a spostare i risparmi dai soliti libretti di risparmio ai BOT: Buoni Ordinari del Tesoro.

Era successo che i governi dell’epoca, alle prese con la cronica mancanza di soldi nelle casse pubbliche, anziché costringerli a fare il loro dovere avevano scoperto un modo geniale per farsi dare i soldi dagli evasori fiscali, che invece di soldi in cassa ne avevano a bizzeffe: visto che a pagarli non ci pensavano proprio, agli evasori bastava suggerire, allo Stato, quei soldi di prestarglieli, per giunta guadagnandoci anche sopra. Certo, fra quelli che poi furono chiamati i “BOT people” c’erano anche tanti normalissimi risparmiatori, ma il grosso veniva da lì.

Il gioco sembrava funzionare. Fino ad allora il debito pubblico era stato finanziato solo dalle banche e utilizzato, come la Scienza delle Finanze insegna, per investimenti: cioè per realizzare opere pubbliche di grande utilità come strade, ferrovie, dighe e centrali elettriche che poi garantiscono un ritorno e la possibilità del rimborso. La spesa corrente, invece, era finanziata con le entrate fiscali.

Solo che la spesa corrente aveva cominciato a lievitare in modo preoccupante mentre le entrate fiscali languivano. I maligni dicevano che le due cose erano molto correlate, dato che i partiti di governo (all’epoca DC, PRI, PSI, PSDI e PLI, il famoso – o famigerato, fate voi – “pentapartito”) facevano a gara da un lato a ignorare, se non incoraggiare, l’evasione fiscale, dall’altro a promuovere sé stessi creando posti di lavoro, non importa se parassitari, mediante moltiplicazione degli enti pubblici, ossigenazione di aziende decotte (acquistate dall’IRI) e realizzazione di faraoniche cattedrali industriali nel deserto, e strade inutili, e ospedali mai inaugurati, e via così.

Per qualche anno tutto sembrò funzionare a meraviglia. E poi non eravamo mica i soli a comportarci così. Un po’ dappertutto i governi s’indebitavano alla grande, e anche le banche erano ben liete di prestare soldi ai governi che, si pensava, non sarebbero mai falliti.

Certo, c’era qualche piccolo effetto collaterale: per esempio il fatto che per invogliare la gente a comperare i BOT bisognava offrire tassi d’interesse allettanti. Ma che importava? Tanto, per pagare gli interessi si potevano emettere altri BOT! Ah, già, il giochino aveva anche qualche fastidioso riflesso sull’inflazione, perché se di soldi ne girano troppi poi finisce che quei soldi valgono sempre di meno e per pagare lavori, stipendi, mazzette e corruttele ce ne vogliono sempre di più; ma ancora una volta, bastava aumentare l’emissione di BOT!

Certo, i salariati e gli stipendiati non erano proprio contentissimi di vedersi erodere il potere d’acquisto dall’inflazione; ma per molti c’era la Scala Mobile, che automaticamente aumentava gli stipendi col progredire dei prezzi. Vabbè, chi pagava gli stipendi borbottava; ma se a pagare gli stipendi era lo Stato, gli bastava emettere ancora altri BOT; e se a pagarli erano le imprese private, c’era sempre la possibilità di farsi finanziare dallo Stato (vedi FIAT) o di cedere direttamente l’impresa allo Stato (vedi IRI), che poi si finanziava, indovinate, emettendo BOT. Poi ai BOT si affiancarono i CCT, e i CTZ, e vari altri strumenti, di durata più o meno lunga, e così si spendeva e si spandeva allegramente.

Sembrava il paese di Bengodi: lo Stato aveva i soldi che gli servivano, i risparmiatori prendevano un pacco di interessi, gli evasori fiscali avevano un’eccellente forma di investimento.

Finché qualcuno cominciò a dire: scusate, ma questa catena di sant’Antonio quanto può durare? A maggior ragione perché il teorema dei governi che non falliscono si dimostrò fasullo: a parte certi governi africani, fece scalpore per esempio la bancarotta dell’Argentina, che un bel giorno disse ai suoi creditori: Señores, yo no ve pago mas, non tengo dinero. Al maximo, ve puedo donar mis discos de tango. Ah, el tango no ve gusta? Lo siento; attaccateve al tram! (Signori, io non vi pago più, non c’ho soldi. Al massimo vi posso dare i miei dischi di tango. Ah, il tango non vi piace?  Mi dispiace, attaccatevi al tram. Lo spagnolo è maccheronico, ma il succo è quello).

E arrivò l’austerità: via la Scala Mobile, via l’IRI, via il posto fisso, via anche il pentapartito. A restare furono solo le mazzette, a dispetto di Mani Pulite e della fine della Prima Repubblica.

La morale della favola, miei pazienti ventiquattro lettori, è che la finanza allegra iniziata alla fine degli anni ’70 è diventata una zavorra che fa di noi il terzo Paese più indebitato al mondo. Ognuno di noi, appena nasce, si ritrova indebitato – al momento – per la bella cifra di 38.000 euro, trasmissibile agli eredi fino a Dio sa quale generazione.

Se la cifra vi sembra mostruosamente alta non vi preoccupate perché, se al mondo c’è una certezza, quella certezza non è che Dio esista, né che ci sarà la fine del mondo, né che a febbraio del prossimo anno ci sarà di nuovo il festival di San Remo. L’unica certezza che abbiamo – chiunque governi, destra, sinistra, centro, sopra o sotto – è che il debito pubblico aumenterà.

Eccome, se aumenterà!

Giuseppe Riccardo Festa

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