UNA CANDELA ACCESA, DUE VITE PERDUTE: L’AVVENTO PIÙ AMARO SULLA STATALE 106

Un incrocio, due auto, un impatto devastante: la Calabria torna a piangere i suoi figli più giovani

Chiara e Antonio

Antonio Loiacono

C’è un momento, nelle prime ore del mattino, in cui la luce non è ancora luce e il mondo assomiglia a un respiro trattenuto. È in quel fragile confine dell’alba che la Statale 106 ha inghiottito, ancora una volta, due vite appena nate all’età adulta.

Chiara Garofalo e Antonio Graziadio avevano vent’anni: anni che corrono veloci, anni pieni di primi sogni, di feste condivise, di futuro che sembra una strada larga. La loro, invece, si è interrotta all’incrocio degli Stombi, un punto che chi vive a Cassano conosce bene, troppo bene.

Erano da poco passate le 3.30 quando una Fiat Panda e un’Alfa Romeo Mito si sono scontrate con una violenza che ha trasformato l’asfalto in una scena da cui i soccorritori hanno faticato a strappare i feriti. Quattro ragazzi erano nella Panda; due non hanno mai lasciato quel tratto di strada. Gli altri due sono stati estratti dai vigili del fuoco e affidati alle ambulanze del 118, mentre gli occupanti dell’altra vettura hanno riportato ferite meno gravi.

Per ricostruire ciò che è accaduto serviranno rilievi, misurazioni, testimonianze. Ma, per ora, resta soltanto il rumore che segue il silenzio: quello dei carabinieri che delimitano l’area, dei medici che cercano di capire, della strada che si chiude al traffico per lasciar spazio alle verità da trovare.

E resta il dolore.

Quello di una comunità che si risveglia con la notizia peggiore e che scorre sui social, nei messaggi, nelle parole incrinate del sindaco Gianpaolo Iacobini: «Una giornata buia, nonostante il sole». Un’intera città, Cassano allo Ionio, trattiene il fiato per i feriti, ma sa che niente potrà cancellare l’assenza di Chiara e Antonio.

La voce più antica e più stanca è quella dell’Organizzazione di Volontariato Basta Vittime sulla Strada Statale 106, che ancora una volta scrive l’unico comunicato che non vorrebbe mai firmare. Parlano di “dolore immenso” e di “giovani vite strappate alla speranza”. Lo ripetono da anni, con ostinazione, perché quel tratto di asfalto porta un nome che suona come una condanna: la strada della morte.

E ogni nuovo incidente è una pagina che si somma alle altre, come se la storia non riuscisse mai a cambiare il proprio finale.

La famiglia di Chiara, gli amici, chi ha festeggiato con lei l’ultimo compleanno appena una settimana fa, oggi cammina dentro un dolore che non ha grammatura né margini. Antonio, con i suoi progetti lasciati aperti come finestre, non tornerà più. Sono volati via quando il cielo non era ancora del tutto acceso.

Non è solo cronaca.

Non lo è mai quando a morire sono ventenni che avevano appena cominciato a imparare il mondo.
È una richiesta muta, rivolta a chi ha il dovere di ascoltare: quante volte ancora dovrà accadere?

La Statale 106 è un fiume di asfalto che scorre lungo la costa ionica, bella e crudele come certe verità che si preferirebbe non guardare. Ogni volta che un’auto si trasforma in trappola, ogni volta che un incrocio diventa teatro di una tragedia, la domanda torna identica: cosa serve perché questa strada smetta di essere un confine tra vita e morte?

Finché non ci sarà una risposta, restano i nomi.

E i nomi non sono numeri.

Chiara e Antonio: due vite che la Calabria non dimenticherà, due assenze che chiedono giustizia, sicurezza, memoria.

La loro storia, oggi, diventa il punto da cui ricominciare a pretendere una strada diversa: più umana, più attenta, più degna della gente che la percorre ogni giorno.

Sulle lamiere accartocciate, stamattina, il sole ha riflesso una luce sottile, quasi timida. È così che le tragedie si manifestano: non con clamore, ma con un silenzio che pesa.

Forse il modo migliore per ricordare Chiara e Antonio non è soltanto fermarsi a piangere ciò che è perduto, ma trasformare il dolore in un passo avanti.

Perché una strada che continua a uccidere è una ferita aperta, e una comunità che non reagisce rischia di abituarsi al buio.

E il buio, a vent’anni, non dovrebbe mai essere un destino!

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