UN GIUDICE, UN APPARTAMENTO, ALCUNE RAGAZZE E TANTI SOLDI

Ci sono fatti di cronaca che dopo averli letti bisognerebbe ritagliarli e metterli in un raccoglitore; e il raccoglitore bisognerebbe intitolarlo “Esempi emblematici di italianità negativa”.

Di esempi di italianità negativa trabocca l’aneddotica: una gag recente è quella dell’artigiano che chiacchierando con un cliente si lamenta dei politici, “tutti ladri e incoerenti e approfittatori”, e poi consegnando l’oggetto riparato continua: Con fattura fanno 240 euro, senza 200”.

Purtroppo non si tratta solo di gag; e una notizia che arriva da Lecce lo conferma nel peggiore dei modi.

Un magistrato di Corte di Cassazione – ripeto: magistrato di Corte di Cassazione – è stato arrestato, la sua compagna, agente di polizia – ripeto: agente di polizia – è indagata con lui, e un suo appartamento è stato sottoposto a sequestro: secondo l’accusa, comprovata da foto e filmati, il giudice dava in affitto – in nero e a prezzi salati – le stanze di quell’appartamento a ragazze squillo romene. Gentilmente, aiutava le sue inquiline, quando arrivavano, a raggiungere l’appartamento, ufficialmente adibito a bed & breakfast. La stessa stanza era condivisa da più occupanti: il giudice, insomma, era gentile, certo; ma molto attento ai profitti.

Poi tornava a Roma, entrava nel suo ufficio al Palazzaccio, si chinava sui codici e decideva sulla legittimità delle sentenze emesse nei tribunali da altri giudici suoi colleghi.

Si sarà mai chiesto se, da parte sua, affittare camere in nero, a ragazze palesemente dedite alla prostituzione, fosse un tantino illegale? Avrà mai riflettuto sull’incoerenza stridente fra il suo modo ufficiale di guadagnarsi lo stipendio e quello ufficioso di arrotondarlo?

Quasi sicuramente no. E’ un’attitudine che fa parte di quella sindrome, tipica dei portatori di italianità negativa, per la quale costoro sono pronti, anzi, prontissimi a giudicare con la massima severità le irregolarità e le disonestà degli altri ma altrettanto pronti a chiudere un occhio, e a non vedere niente di riprovevole nelle stesse disonestà e irregolarità, quando ne sono essi i protagonisti.

Ricordiamocelo, la prossima volta che ci verrà voglia di prendercela con i politici, con i burocrati, con i commercianti e con chiunque si dimostri arrogante, corrotto o disonesto: prima di giudicare la pagliuzza nei loro occhi, assicuriamoci di non avere una trave nei nostri. Lo diceva, un paio di migliaia di anni fa, un tizio con la barba che andava in giro a predicare.

Non sarà un caso, se alla fine l’hanno messo in croce.

Giuseppe Riccardo Festa

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