UN’ ELEZIONE, TRE ISOLE E UN IMPERO.

Il 31 ottobre è la notte di Halloween. In questa giornata puo’ esserci qualcosa di più scontato della classica domanda, subito dopo il campanello che suona, “Dolcetto o scherzetto” ?

Forse sì, le elezioni in Giappone. Si terranno domani, ultimo giorno di ottobre. Nel calendario celtico la data segnava la fine dell’ estate. Stavolta potrebbe annunciare la fine del Giappone pacifista come lo abbiamo conosciuto da oltre settant’anni. Il risultato è scontato secondo tutti i sondaggi, che vedono in testa il partito liberaldemocratico al potere, dell’attuale primo ministro: Fumio Kishida. Nonostante questo sono elezioni importanti, perché al di là dell’ esito tracceranno la traiettoria e gli scenari futuri in un’ area e in un paese che, a breve, diverranno l’epicentro dello scontro tra le 2 potenze globali: Stati Uniti e Cina. Con pesanti conseguenze a tutte le latitudini, europee e italiane comprese. Il risultato dell’ imminente tornata elettorale nipponica, come detto, è prevedibile, con una possibile flessione dei liberaldemocratici al governo, ma non altrettanto scontati sono gli scenari e i ruoli delle potenze e degli stati / pedina dentro un gioco più grande di loro. Vediamo, in vari punti e nello specifico, le ragioni principali di quello che, quasi certamente, diventerà l’epicentro imperiale e l’argomento principale per l’umanità dopo lo sconvolgimento epocale della Covid – 19. L’ oceano “indo-pacifico” come nuovo “focolaio” di insicurezze, timori e paure per il genere umano.

I protagonisti dello scontro – Ovvio, ci sono le 2 grandi potenze planetarie, l’egemone a stelle e strisce e il “dragone cinese”, che su una ideale scacchiera, quella del mar cinese e dintorni, iniziano a muovere le loro pedine, per la verità tutte o quasi “Made in Usa”. Poi ecco le pedine, appunto, sono principalmente 3 isole: una è nei pressi ed è importantissima, il Giappone, un’ altra è molto distante e all’ apparenza fuori dai giochi, Cuba, infine il “frutto” del desiderio: Taiwan. E’ intorno a quest’ ultima che tutto si muove e si deciderà: chi vince Taiwan vince la partita.

Giappone, dai kamikaze alla Playstation – Come noto questo stato insulare è il solo territorio nel globo terrestre ad aver ricevuto 2 bombe atomiche nel corso della storia. Da quella tragedia disumana ad oggi per i nipponici è partito un unico input dalla superpotenza che, in quel fatidico agosto del 1945, scelse di annichilirlo usando l’arma più micidiale mai realizzata da mente umana: arricchitevi e non pensate ad altro. E i giapponesi in oltre 70 anni proprio questo hanno fatto, diventando uno stato post storico e anziano come pochi altri (c’è solo l’Italia simile), con un’ età media avanzatissima e pari soltanto a quella degli italiani. I giapponesi del dopoguerra sono gente dedita e interessata quasi unicamente al proprio benessere e a condurre un’ esistenza placida, grazie al migliore e più efficente stato sociale del mondo insieme a quelli di Canada e Germania. Insomma, trattasi di una popolazione con gli occhi a mandorla nei tratti e una capacità unica tesa a produrre prodotti tecnologici all’ avanguardia per qualità e innovazione, ma oramai lontana anni luce dai tempi dei kamikaze. Tanto è vero che, in un ennesimo abbaglio economicistico, per tutti gli anni ’80 e fino alla prima metà dei ’90, proprio il Giappone fu assurdamente scambiato per l’attuale Cina. A quell’ epoca si pensava seriamente fosse il nuovo potenziale egemone globale in grado di sfidare e soppiantare la super potenza statunitense. Al solito si rivelarono previsioni sballate dell’ economicismo militante e di chi vive pensando all’ economia come la sola chiave di lettura per capire il presente, la storia e la vita. Non lo è mai diventato, egemone, erano solamente teorie reclamizzate e annunciate, mai avverate. L’asservimento ai dettami USA ha fatto sì che nel dopoguerra quest’ ultimi scrivessero, di fatto, la costituzione giapponese, soprattutto l’articolo 9, che prevede l’impossibilità di usare la forza e potersi dotare di un vero esercito per risolvere le controversie. La sudditanza è tale che oggi pare rivoltarsi contro gli stessi Stati Uniti. Non è casuale, infatti, se attualmente i giapponesi sono ormai un popolo lontanissimo dai kamikaze di un tempo, con solo il 10% circa della popolazione favorevole e disponibile (a parole) a morire per la patria e l’imperatore, impegnati come sono a giocare alla “guerra” virtuale con Call of Duty sulla Play, casomai. Oppure a far dolce la vita, un’ abitudine tipica in popolazioni anziane e post storiche come quella giapponese. Siamo dunque di fronte a un popolo che conta quasi 126 milioni di abitanti, ma che nel giro di pochi decenni prevede di attestarsi sulla soglia dei 100 milioni. Insomma, ormai il paese del Sol Levante  è un’ Italia 2. No, non il canale televisivo, bensì uno stile di vita e un post storicismo elevati a vera e propria filosofia popolare. Quasi italiani, ma con gli occhi a mandorla. Diventare altro per aiutare gli Stati Uniti contro la Cina è un’ impresa possibile, ma al tempo stesso ardua per il nuovo governo che uscirà dalle urne domani.

Il QUAD (Quadrilateral Security Dialogue) come principale tattica nella strategia finale – L’alleato giapponese, oggi, a oltre 40 anni dagli anni ’80, viene visto, dall’unica super potenza egemone, come l’alleato più importante al mondo nella tattica pensata per contenere la Cina e continuare così a confinarla dentro casa, non permetterle di ottenere neppure il controllo del suo mare, quello cinese. Una strategia che ha come obiettivo finale il contenimento della potenza rivale. La tattica per raggiungerlo risiede nel QUAD. Non è un’ alleanza, niente di tutto ciò, come la NATO, bensì una sorta di intesa, ovviamente diretta dagli Usa, che coinvolge principalmente il Giappone e poi India e l’Australia, con tutti gli altri “vicini” in zona a fare da spettatori interessati. Un “pubblico”, Vietnam compreso, che sventola allegramente la bandierina a stelle e strisce, non certo quella cinese, si intende. Questo accordo prevede il coinvolgimento persino dell’ India, una potenza nucleare che per tutta la durata della guerra fredda era sì stata sostanzialmente equidistante, ma con lo sguardo verso l’ Unione Sovietica: ha scelto definitivamente da che parte stare. La posta in gioco è altissima, forse la più decisiva e vitale dei nostri tempi e persino dei decenni a venire: Taiwan. Il vero obiettivo finale delle 2 grandi potenze. Insomma, è chiaro, come detto: chi si prenderà Taiwan vincerà la “quarta globalizzazione”. Se nel 2049, come ha recentemente annunciato il presidente cinese Xi Jinping, l’isola, che i portoghesi battezzarono Formosa, in un modo o in un altro finirà sotto il controllo di Pechino allora avremo un cambio di epoca e l’attuale globalizzazione assumerà un altro aspetto. I rapporti di forza cambieranno, visto che gli Stati Uniti non controlleranno più tutti i mari e gli stretti del globo terreste e con essi l’intero commercio mondiale. Tuttavia,  se non sarà così allora la storia resterà in quella “pausa” profetizzata già nei primi anni ’90 dal politologo Francis Fukujama, forse fin troppo deriso, oggi come all’ epoca, nelle università e nelle cancellerie di tutto il pianeta.

Cosa c’entra Cuba con tutto questo ? Apparentemente poco, invece è importante per la sua funzione di “spia” e la posizione geografica. Una “spia” utile ad indicare come potrebbero andare le  cose da adesso fino al giro di boa del secolo. Cuba è infatti un’ isola caraibica ormai in svendita da tempo ed è diventata negli anni una specie di “luna park” per i nostalgici della guerra fredda, dunque ci permette di azzardare un’ ipotesi su come finirà lo scontro. Se infatti la Cina fosse veramente già in grado di contrastare, a tutti i livelli e non soltanto nella tecnologia 5G o nella diffusione dei social network, gli Stati Uniti, molto semplicemente farebbe con Cuba quello che gli USA fanno con Taiwan. Taipei ufficialmente non è neanche riconosciuta da Washington, ma viene supportata e finanziata e soprattutto la difenderanno in ogni modo possibile, fino alle più tragiche conseguenze. Ovvio, manco a dirlo, dall’ ingombrante rivale e vicino (ricordiamoci che il nome ufficiale di Taiwan è “Repubblica cinese”). Cuba è invece, al di là dell’ aspetto vintage, che serve ormai più ai nostalgici occidentali che vi si recano in visita che ai cubani stessi, un paese in offerta al miglior offerente, ma costantemente ignorato dalla Cina e soprattutto controllato militarmente dagli Stati Unito fin dal lontano 1898, attraverso la base di Guantanamo. Almeno apparentemente non ci sarebbe niente di più facile per la principale potenza rivale degli Stati Uniti che coprire di soldi il governo cubano, con il quale in teoria vi sarebbe persino un’ affinità ideologica, successivamente mettere il “lucchetto” alla marina statunitense. Riuscire cioè a chiudere gli Stati Uniti nel loro stesso mare, nel loro “cortile di casa”, comprandosi un’ isola governata da un altro Partito Comunista, quello cubano. Insomma, “sprangare” il  Golfo del Messico trasformando Cuba nella loro Taiwan, da usare contro quei rivali strategici che, a loro volta, applicano la stessa tattica. Tuttavia, questo non accade, anche se teoricamente sarebbe fattibile. Eccome. Cuba è in vendita e con la posizione geograficamente più adatta allo scopo. La Cina ha i soldi, tanti, tuttavia non ci pensa minimanente a farlo. Perché ? E’ proprio questa la “spia”, la domanda che ci permette facilmente di comprendere come il gigante asiatico sia in realtà assai distante dal “sogno” di poter veramente contrastare sul mare e quindi sostituire nel ruolo di nuovo egemone globale gli Stati Uniti d’America. Conscio della situazione il gigante asiatico teme la reazione USA, che senz’altro sarebbe feroce, se veramente mettesse in atto una tattica simile. Ecco tutto. E allora è probabile che nel 2049, data simbolica individuata dal presidente cinese per l’annessione di Taiwan da parte della Repubblica popolare, il mondo proseguirà a vivere nell’attuale epoca storica. Quella dell’ impero americano. Le elezioni giapponesi di domani ce lo chiariranno un’ altra volta ancora.

MARCO TOCCAFONDI BARNI

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