TE LO DO IO, IL RAPTUS

La violenza sulle donne è uno dei caratteri distintivi di una società, perché ne qualifica il grado di autentica civiltà.

Si ha un bel vantare crescite economiche a due cifre, costruzione di grattacieli, sistemi politici evoluti: se poi la metà più muscolosa approfitta dei suoi muscoli per continuare ad aggredire – fisicamente e sessualmente –l’altra metà, in barba a qualsiasi altro parametro di valutazione quella società si dimostra incivile e retrograda.

L’’India è al disonore delle cronache per i ripetuti assassinii e stupri che vi si verificano. In quella stessa India che si vanta di essere fra le Tigri del Pacifico, i Paesi a più rapida crescita economica nel mondo, per moltissimi uomini –- inclusi i poliziotti che dovrebbero difenderla – abusare di una donna o di una bambina è la cosa più naturale del mondo; altrettanto naturale, se lei si ribella –- anzi, se osa ribellarsi –- è massacrarla di botte e ucciderla.

Qui da noi, fortunatamente, la situazione è migliore; ma questo non significa che i rischi non ci siano, e il caso della tassista romana aggredita da un suo passeggero ne è purtroppo la dimostrazione. Mentre in India lo stupratore tipo, interrogato, tende a rispondere “Beh, che c’è di strano?”, qui da noi il violento di turno sa benissimo di compiere un atto criminale.

E allora accampa la scusa. In genere invoca la provocazione cercando, da carnefice, di trasformarsi in vittima: “È stata lei, portava la minigonna”. È una scusa miserabile, con la quale il mostro si dichiara più animale dei cani di Pavlov, dato che la vista di un paio di gambe, a suo dire, scatena in lui una reazione incontrollabile: incapace di ragionare e trattenersi, cede al riflesso condizionato e aggredisce.È una scusa che, se io fossi il legislatore, lungi dal concedere come attenuante considererei piuttosto un’’aggravante del reato.

Un’’altra scusa, meno ricorrente, è quella alla quale ha fatto ricorso il “bravo ragazzo” romano che ha aggredito la tassista: il raptus. Il poverino, messo di fronte alla sua responsabilità, si mette a piangere e dice: “ho perso la testa, non so cosa mi ’è successo”.

Ora qualcuno mi deve spiegare dove sta il raptus in uno – con precedenti per violenza e furto – che adocchia la tassista, le dà un indirizzo, poi lo cambia e si fa portare in un posto isolato, e infine non solo la stupra, ma già che c’’è la rapina pure. A questo stupratore, dunque, fossi io il giudice, oltre a comminare tutti e dieci gli anni di galera previsti per il reato immondo che ha commesso abusando di una donna, più quanto gli spetta per la rapina, aggiungerei l’’ulteriore aggravante della scusa insopportabilmente idiota che s’è inventato per giustificarsi.

E se la scusa gliel’’ha suggerita l’avvocato, sbatterei dentro pure lui, a fargli compagnia, oltre a cancellarlo dall’albo.

Giuseppe Riccardo Festa

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