■Antonio Loiacono
In fondo alla mappa d’Italia, dove il Paese sembra finire e invece ricomincia, qualcosa si muove sottotraccia. Non è più solo l’eco di una storia ingombrante, ma un rumore di passo diverso, un cambio di ritmo che arriva dai corridoi romani e si riverbera fino allo Stretto. La Calabria smette i panni della spettatrice paziente e si insinua nel dietro le quinte della politica nazionale, come un motore silenzioso che inizia a incidere sulle scelte, a spostare pesi, a ridisegnare responsabilità.
Sul tavolo, la geografia dei poteri tradizionali convive con una nuova mappa di nomi e ambizioni. Dentro Forza Italia, la traiettoria del governatore Roberto Occhiuto non è più solo regionale: il suo profilo prende forma come quello di un leader in costruzione, capace di parlare a un’area liberale che chiede più spazio e più voce. Le relazioni consolidate oltre i confini calabresi gli aprono corsie preferenziali nei piani alti del partito, dove una parte degli equilibri interni potrebbe piegarsi verso una linea più moderna e dialogante. Nello sguardo lungo, Occhiuto appare come un possibile punto di gravità del centrodestra che verrà: un riferimento in grado di tenere insieme l’identità liberale, la gestione del territorio e la necessità di intrecciare alleanze oltre la propria comfort zone.
Accanto a lui, ma su un altro versante della stessa coalizione, Wanda Ferro presidia una frontiera diversa ma altrettanto decisiva. Dal suo ruolo al Viminale, con in mano fascicoli che toccano la vita quotidiana di Comuni e territori, la sottosegretaria rappresenta una sorta di cerniera tra lo Stato centrale e le amministrazioni locali. La sua cifra è quella di una fedeltà piena alla linea di governo, ma declinata con un’attenzione concreta ai problemi sul campo. Nella mappa del centrodestra, la Ferro diventa un nodo di passaggio obbligato: un’interprete capace di tradurre il linguaggio dei palazzi in risposte pratiche per il Sud, e viceversa, restituendo alla Calabria un ruolo di interlocutore strutturato, non episodico.
Spostando lo sguardo verso il campo progressista, il baricentro resta sorprendentemente lo stesso: la Calabria. Nel Movimento 5 Stelle, il nome di Vittoria Baldino circola con insistenza quando si ragiona sulle future posizioni di vertice. Il suo posizionamento, coerente con la linea del gruppo dirigente, si somma a una presenza incisiva nei dibattiti pubblici, dove la capacità di reggere il confronto mediatico diventa moneta politica spendibile. Così la sua storia personale e politica si intreccia con una narrazione più ampia: quella di una regione che smette di essere solo sfondo per emergere come laboratorio di figure in grado di parlare al Paese, dal Parlamento ai talk show, senza rinunciare alle proprie radici territoriali.
Su un altro binario, ma dentro lo stesso universo progressista, si colloca Pasquale Tridico, ponte naturale tra Calabria ed Europa. Il suo nome viene evocato per incarichi che vanno ben oltre il perimetro simbolico: ipotesi di vicepresidenza o di ingresso nel Comitato di garanzia del Movimento 5 Stelle, organismi chiamati a dare l’ultima parola sulle candidature nazionali. In quelle stanze, il potere non si misura con le luci della ribalta ma con la capacità di orientare chi entra nelle liste e chi ne resta fuori. È lì che una storia professionale e politica radicata a Sud può incidere sulla composizione della rappresentanza nelle due Camere, trasformando una biografia calabrese in architettura strategica.
Se si guarda il quadro da una certa distanza, il disegno appare più chiaro. La Calabria non è più una nota a margine né un capitolo obbligato di retorica meridionalista, ma un campo magnetico che influisce sulle linee di forza nazionali. Le personalità che emergono portano in dote una combinazione particolare di competenza istituzionale, relazioni e capacità narrativa: un mix che consente di tenere insieme mondi diversi, dal palazzo romano alle periferie dimenticate, dalle aule parlamentari ai consigli comunali. Non è un cambio di scena improvviso, ma una lenta riscrittura del copione, in cui la periferia si scopre, a poco a poco, centro decisionale.
Forse è questo il tratto più interessante di questa stagione: la Calabria come luogo in cui si sperimenta un nuovo modo di stare nella politica nazionale, non per delega ma per presenza diretta. Se i segnali che arrivano dalla capitale troveranno conferma nei fatti, i prossimi anni potrebbero vedere consolidarsi un’intera costellazione di protagonisti nati all’estremo Sud, capaci di tenere insieme radici e visione, biografia personale e responsabilità collettive. In quell’orizzonte, l’energia che sale da una terra abituata a resistere potrebbe trasformarsi in una trama diversa: meno lamentata, più consapevole, orientata non solo a chiedere ma a partecipare alla definizione del domani.
In fondo, la storia che si intravede dietro questi nomi è quella di una terra che smette di bussare alle porte e inizia ad avere le chiavi in mano. Ogni incarico, ogni ruolo, ogni dossier non è solo un traguardo personale, ma un frammento di una narrazione più ampia: il tentativo di trasformare una periferia in punto di vista, un limite geografico in prospettiva politica. Come una corrente che risale la penisola dal mare dello Jonio fino ai palazzi romani, la Calabria prova a farsi strada senza clamore, ma con la determinazione di chi ha imparato a resistere e ora vuole anche decidere.
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