SI, NO E ’NDRANGHETA: LO SCONTRO CHE INFIAMMA LA CALABRIA!

Le parole di Gratteri riaccendono il confronto tra politica e giustizia. Al centro, il peso delle reti opache in una terra già segnata

Gratteri e Nordio

Antonio Loiacono

In Calabria le parole non cadono mai nel vuoto. Rimbalzano sulle piazze, si infilano nei corridoi dei tribunali, attraversano i bar dove la politica si mastica piano, tra un caffè e un’alzata di spalle. Così è stato anche questa volta, dopo le dichiarazioni di Nicola Gratteri sul referendum. Più che una polemica, un incendio lento.

A far discutere non è soltanto il merito del quesito, ma il senso attribuito a una frase. Secondo alcuni, il magistrato avrebbe accomunato indistintamente chi vota Sì a mondi torbidi e poteri deviati. Una lettura che lui stesso — e chi lo difende — respinge. Il riferimento, si sostiene, non era universale né generico. L’osservazione riguardava categorie precise, collocate in un contesto altrettanto definito: la Calabria.

Qui il discorso cambia registro. Perché la regione, da anni, convive con un dato che pesa: una presenza massiccia di logge massoniche, oltre duecento secondo stime circolate in più sedi, e una storia giudiziaria che ha messo in luce relazioni ambigue tra ambienti massonici deviati e organizzazioni criminali. Non è un’ipotesi sociologica, ma materia di atti processuali.

Ci sono inchieste che hanno documentato rituali di affiliazione celebrati nello stesso luogo da professionisti insospettabili e da esponenti della ’ndrangheta. Magistrati poi condannati per corruzione, sentenze mercanteggiate come merci qualsiasi, un maestro venerabile — avvocato — finito a sua volta sotto condanna. Episodi che hanno prodotto arresti e scosso le istituzioni. Non folklore, ma cronaca giudiziaria.

È dentro questo scenario che si colloca la provocazione. L’idea — espressa senza giri di parole — è che determinati ambienti non avrebbero alcun interesse a sostenere il No. Un’affermazione che per alcuni suona come una constatazione amara, per altri come un’accusa troppo ampia, politicamente esplosiva.

Il Guardasigilli Carlo Nordio ha reagito con durezza, interpretando quelle parole come un attacco indiscriminato agli elettori. Ma chi difende Gratteri insiste sulla distinzione: non una generalizzazione, bensì un’analisi riferita a segmenti di potere ben identificabili. Una differenza sottile, certo. Eppure decisiva.

Resta il fatto che, in Calabria, il confine tra consenso politico e influenza delle reti opache è una questione che torna ciclicamente. Ogni consultazione elettorale diventa anche un test sulla capacità delle istituzioni di resistere a pressioni silenziose. Il referendum non fa eccezione.

Il rischio, ora, è che la discussione si consumi tutta sulle parole — chi ha detto cosa, chi ha frainteso chi — lasciando in secondo piano la sostanza. E cioè se esistano, ancora oggi, circuiti di potere capaci di orientare scelte collettive per interesse proprio.

In una terra dove la storia giudiziaria ha insegnato a diffidare delle coincidenze, ogni frase pesa più del previsto. Il voto arriverà, come sempre. Ma resterà la domanda che attraversa questa polemica: quanto è libero un consenso quando l’ombra delle alleanze invisibili continua ad allungarsi?

 

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