SANREMO, SECONDA SERATA

Lo show comincia con quattro nuove proposte, scontro diretto fra i concorrenti, due alla volta. Dopo Chiara De Lo Iacovo  Cecile canta “Negra”, un quasi rap volgarotto ma antirazzista. Al di là del messaggio, forte e sicuramente d’effetto (“se mi vedi nuda non ti frega se sono negra”), musicalmente il pezzo è brutto. Vince Chiara De lo Iacovo, con un brano più originale e accattivante. Certo, che vinca “Chiara” contro “Negra” dà da pensare.

Poi Irama canta (si fa per dire) “che cosa resterà di me”. Solo per gli orecchini che porta, due enormi piume di corvo appese ai lobi, merita l’esclusione, per non parlare del nome che si è scelto. Il pezzo è uno sproloquio rap che ricorda le avvertenze finali nella pubblicità dei medicinali, quelle che te le dicono a raffica e quasi non si capiscono ma sono obbligatorie. Immondizia musicale. Irama si scontra con Ermal Meta che interpreta “Odio le favole”. La strofa è incomprensibile ma la melodia del ritornello è gradevole, anche se il testo è esecrabile. Comunque, piú o meno, la sua è una canzone. Il televoto dà la vittoria a Ermal Meta e sono d’accordo: lui almeno cantava.

Infornata di insopportabile pubblicità, incluso lo spot cretino del prosecco Sant’orsola, quello con le donne mascherate a Venezia, frutto della mente malata di un pubblicitario afflitto da turbe freudiane non risolte. Dopo la sfida fra le nuove proposte vediamo che ci propinano le vecchie; ma prima c’è una troppo rapida esibizione delle stupende, ironiche e geniali Salut Salon, musiciste incredibili e funamboliche. Quando si dice la bravura e il talento!

La gara comincia con Dolcenera, vestita da passaggio pedonale ma comunque passabilmente sexy, che canta “Ora o mai più (le cose cambiano)” pezzo blues, gradevole e molto calibrato sulla sua voce. Testo niente di che, ma certamente nel complesso il brano è superiore alla media. Per me merita di andare avanti, ma la scartano.

Entra Virginia Raffaele travestita da Carla Fracci, e solo a vederla vale tutto il festival. È un mostro di esilarante bravura. Introduce un tale Clementino, che non so chi sia ma dall’abbigliamento, dal berretto e dai tatuaggi si capisce che è un rapper. E io, i miei ventiquattro lettori lo sanno, odio sia i tatuaggi che il rap. Esegue “Quando sono lontano”, consueta filastrocca piena di zuccherose e stucchevoli rime, piagnucolio insulso in salsa partenopea di un presunto meridionale emigrante che offende il meridionale vero, quello che si rimbocca le maniche quando lavora e fa musica vera quando canta. Ma passerà di sicuro il turno, vedi note di ieri riguardanti Rocco Hunt. e infatti…

Entra Gabriel Garko, bello anche stasera, che cerca di fare lo spiritoso. Ma il suo mestiere è essere bello, non spiritoso. Il siparietto si conclude e lui e Carlo Conti presentano Patty Pravo che canta “Cieli immensi”, che è di Zampaglione (quello dei Tiro Mancino) e si sente: mamma mia, che canzone scipita. L’ascolto delle canzoni di Zampaglione, dicono, le usano a Guantanamo quelli della CIA per torturare i talebani e funziona meglio del water-boarding. In compenso la Patty è stonatissima e sfiatata. Devono averla idratata, prima di rilasciarla dal museo egizio, ma è comunque terribilmente rigida e tirata e se chiude le labbra le si aprono le palpebre. A Torino dovranno aspettare, per rimetterla nel suo sarcofago, perché passa il turno.

Ospite una scuola elementare piemontese che ha due soli scolari. “lasciate che i pargoli vengano a me”. Bambini e maestra simpatici, siparietto gradevole; peccato che i bambini intonino “Quando i bambini fanno oh!” dello sciagurato Povia, quello che voleva curare i gay.

Poi, dopo la pubblicità, entra la valletta, la squinzia della Romania, che tanto per cambiare viene giù dalle scale e tanto per cambiare dice cose inascoltabili per la banalità e terribilmente stucchevoli, per giunta parlando con un accento meccanico da robot di film anni ‘50. Annuncia insieme a Conti l’ospite Eros Ramazzotti, accolto con la prevedibile ovazione. Ramazzotti canta un medley certamente più gradevole della messa cantata di ieri della Pausini e si fa perdonare l’abbigliamento improponibile, adatto a un sedicenne ma non a un signore di mezza età qual è ormai anche lui, e si vede. Gli anni passano, caro Eros, che ci piaccia o no. Bello, però, lo sventolio che fa anche lui, come tanti cantanti in gara, dei nastri arcobaleno, alla faccia di Giovanardi e di Gasparri.

Torna la gara con Valerio Scanu che canta “Finalmente piove”. Un altro amore che finisce, vedi un po’ che novità. Ma lui è tanto bellino ed elegante e piace sicuramente alle signore e signorine che votano da casa e la sua melassa ripassata nel brodo vegetale (ma leggero), come prevedevo, passa il turno.

Menomale che c’è Virginia Raffaele: la sua parodia della Fracci è semplicemente irresistibile.

Francesca Michielin, con l’aria e il vestito da Azione cattolica, canta “Nessun grado di separazione”. Ragazza precoce: ha solo vent’anni e già è così vecchia. Da come canta pare la Pausini in edizione economica. La canzone non sa di niente, testo infarcito di rime in –zione e musica che scorre via come l’acqua nel bidet; e lei stonicchia pure ogni tanto. Eppure passa il turno.

La pubblicità imperversa, ma d’altra parte i cachet degli ospiti bisogna ben finanziarli.

Il momento più intenso della serata arriva con Ezio Bosso: un pianista incredibile, vittima di una malattia degenerativa ma vivo, incredibilmente vivo e simpaticissimo, toccante e commovente, di un’umanita sconvolgente. Esegue “Following a bird”, un suo brano etereo e diafano. La musica lo trasfigura, si vede e si sente che la vive e soprattutto che lo fa vivere. È il momento più alto della serata; Carlo Conti merita una medaglia per averlo invitato.

Tra le note stonate c’è Madalina Ghenea, la squinzia, che ogni volta che apre bocca mi fa venire il nervoso. Purtroppo entra subito dopo Ezio Bosso, e distrugge la magia.

Alessio Bernabei, il successivo cantante in gara, per quanto mi riguarda è figlio omonimo del milite ignoto giapponese (Ki-kat-ze) ma io sono vecchio e che finora ne abbia ignorato l’esistenza è comprensibile. Canta “Noi siamo infinito”. La canzone non significa niente, roba fatta pescando nel serbatoio delle melodie stantie e delle frasi standard; e giustamente, anche se è giovane e viene da Amici di Maria de Filippi, i votanti da casa lo bocciano.

Conti rende un doveroso omaggio alle vittime delle foibe, poi sono introdotti Elio e le Storie Tese che travestiti da confetti cantano “Vincere l’odio”. Delizioso pezzo demenziale con musica anni ’60. Il testo col titolo non c’entra niente, a parte la battuta finale. Bravi, bravi, bravi!!! Il passaggio del turno è scontato, ci mancherebbe altro.

Riappaiono i due comici finti sposi con le loro battutine confezionate e impacchettate, divertenti e originali come le barzellette di Martufello, ma fortunatamente il loro siparietto è breve.

Altra ospite, Ellie Golding che mi conferma nella mia ignoranza. Non l’avevo mai sentita nominare prima, ma Conti dice che straspopola e stravende, stravince premi e strapiace. Appartiene all’universo della musica ultragiovanile, roba con la quale sono decisamente fuori sintonia. Il primo pezzo che canta mi sembra prodotto al ciclostile, una delle migliaia di canzoni analoghe dal ritmo in 4/4 fortemente marcato dal rullante della batteria che riempiono i palinsesti delle radio private e che da un orecchio entrano dall’altro escono. Canta di nuovo, un’altra canzone che sembra la continuazione di quella precedente ma contiene molti più mugolii e uggiolii e anche qualche tenero ululato. Torniamo alla gara.

Neffa esegue “sogni e nostalgia”. Una ballata gradevole e fuori dagli schemi che un po’ ricorda Max Gazzè. ha qualche problema d’intonazione ma meriterebbe di passare il turno. Ovviamente viene scartato. I miei gusti e quelli della giuria telefonica non sempre coincidono.

Lunga ospitata deluxe di Nicole Kidman, che esordisce con i soliti e inevitabili complimenti all’Italia e le solite dichiarazioni d’amore a Roma e Firenze; manca solo che dica che le piacciono gli spaghetti e la pizza, poi con gli stereotipi siamo al completo. Comincia ogni risposta con un “I mean”, l’equivalente del nostro “cioè”. Le domande sono preparate con cura. Lei rende doverosi omaggi agli eroi sconosciuti che ogni giorno lottano bla bla bla,  e Conti le chiede “quanto c’è di te nei personaggi che interpreti”, poi lei racconta il suo amore per le figlie e bla bla bla. Importante, comunque, è il riferimento che fa alla necessità di lottare contro la violenza sulle donne. È legittimo chiedersi, per quanto bella e popolare possa essere, quanto sia costata al minuto l’ospitata della diva australiana.

Ma torna la gara con la squinzia romena che continua a fare le scale e a dire scemenze. Introduce Annalisa che canta “Il diluvio universale”. Il pezzo comincia con la solita strofa sul registro basso e non si capisce una parola finché si delinea il quadro mesto di lei che sta nella metropolitana in mezzo allo squallore: una roba sul tipo di “Poster” di Baglioni, altrettanto invitante al suicidio ma meno pregnante. Poi, dopo che lei ha detto la parola “puttana”, il pezzo tenta di decollare ma non ci riesce. Alla fine è la solita storia di come il mondo è, e come invece si vorrebbe che fosse. Comunque passa il turno.

Ultimi cantanti in gara, gli Zero assoluto. Eseguono “Di me e di te”. Tanto per cambiare, le parole non si riesce a capirle. Che senso ha che siano due se cantano all’unisono? Solo ogni tanto, ma appena appena, azzardano un intervallo di terza, roba da coretto sull’autobus durante una gita. Ho capito perché si chiamano così. Sono scartati, a pieno merito, anche dalla giuria telefonica.

In attesa dei verdetti entra Nino Frassica che riesce a far sembrare simpatico perfino Garko in una parodia di doppia intervista. Poi recita “Al mare si gioca”, una bellissima e struggente poesia dedicata al dramma dei migranti, e si dimostra un grandissimo interprete oltre che un comico incomparabile.

Tanta pubblicità con spot tutti uguali, che reclamizzino gioielli, preservativi o cibi per cani: tutti pieni di giovani coppie ammiccanti dai corpi flessuosi e gli sguardi allusivi. Si direbbe che negli spot si tromba col cane nel letto e i gioielli addosso. O forse col cane addosso e i gioielli nel letto. Ma il preservativo? Vabbe, lasciamo perdere. Alla fine della fiera, nella migliore tradizione, la serata l’hanno fatta gli ospiti più che i cantanti in gara.

S’è fatto tardi e subito dopo i verdetti accompagnati dagli ooh!!! d’ordinanza del pubblico in sala – di disappunto per gli esclusi, di soddisfazione per i salvati – vado a dormire. Domani, per prima cosa, mi disintossico ascoltando un po’ di Mozart.

 Giuseppe Riccardo Festa

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