Sanremo, la prima serata: chi bene incomincia è a metà dell’opera, ma non è questo il caso.

Cominciamo bene! La sigla iniziale cantata da tutti i cosiddetti big, di chiara marca Cantalamessa, prelude a un festival all’insegna dello zucchero caramellato rivestito di canditi.

Per la cronaca: Cantalamessa  – Melagno Cantalamessa – è il cantante meglio noto col nome d’arte di Claudio Baglioni, che quest’anno è direttore artistico del festival.

La scenografia, duole dirlo, è brutta e disadorna, affidata più che altro a effetti di luci piuttosto kitsch.

Fiorello entra in scena per primo, con un tizio che Dio sa chi è che inscena una presunta brevissima protesta e puzza di falso lontano un miglio, a meno che i servizi di sicurezza dell’Ariston siano affidati a un dopolavoro ENPALS. Noto con sgomento che la moda, oggi, impone giacche orribilmente striminzite.

Fiorello conferma, con le sue battute, che Baglioni è un autore di omelie più che di melodie.

È sempre simpatico, e il suo pastiche fra canzoni di Morandi e Baglioni è intelligente e divertente, anche se sa un po’ di artificiale. Ma la sua simpatia fa passare in secondo piano le artificiosità.

L’entrata trionfale di Baglioni, subito dopo, è tale che manco Trump quando è andato alla Casa Bianca, con scale che vanno e vengono come alla scuola di Hogwarts di Harry Potter. L’appretto sulla sua faccia è stato ripassato a più riprese, con tanti di quegli strati che il poveretto fatica ad aprire la bocca.

Enuncia il suo bravo pistolotto introduttivo ma ha dimenticato di togliersi la frittella dalla gola (parla con la stessa voce che usa quando canta). Non importa, perché tanto dice le solite cose ovvie sul mettere al centro le canzoni, come hanno fatto sempre tutti i direttori artistici di tutti i festival, ciascuno confermando che in realtà non l’hanno fatto mai. Il pistolotto sembra il testo di una delle sue canzoni, e infatti non finisce mai proprio come una delle sue canzoni. L’arrivo della pubblicità, con lo spot di Suzuki (l’unico col risucchio, quando una femminile voce insinuante dice appunto Suzuki), per una volta è un’ancora di salvezza. Ad ogni modo, l’arrivo dell’infornata di spot, dopo appena dieci minuti di Sanremo, annuncia una via crucis interminabile per il vostro povero cronista. C’è anche Valeria Mazza che parlando di non so che crema per la pelle biascica lamiaclinicadivelèsa o almeno è quello che si capisce.

Finito il rosario degli spot, Baglioni introduce Pierfrancesco Favino, che mi era simpaticissimo; ma l’ho sentito, una volta, dire “piuttosto che” a sproposito, e da allora mi è solo simpatico. Entrando non si esime dal dire anche lui un’infornata di banalità e ovvietà. Sarà la maledizione dell’Ariston. I sorrisi di Baglioni sono anche finti, oltre che ripassati con Stira&Ammira. I due fanno poi entrare Michelle Hunziker, che in lungo nero scende la scala; la scollatura che quasi arriva all’ombelico ma copre i capezzoli  fa pensare che il vestito gliel’abbiano dipinto più che metterglielo addosso.

Hunziker annuncia il regolamento:  fra i cantanti in gara ci saranno vincitori ma non perdenti, un po’ come succederà alle imminenti elezioni politiche. Nessuno dei cosiddetti big sarà eliminato, e così tutti sono felici e contenti, salvo ovviamente io che volevo almeno vedere un po’ di sangue.

La prima cantante in gara è Annalisa. Non ho idea di chi sia. Canta “Il mondo prima di te”. Che strano, è come se l’avessi già sentita: forse perché è la solita melassa – melodia scontata, testo insignificante, arrangiamento prevedibile e banale. Lei, qua e là, ha addosso dei tatuaggi che fanno pensare ai timbri che i macellai mettono sui quarti di bue.

Tocca poi a Ron, che presenta un inedito di Lucio Dalla. Speriamo bene. Il titolo del pezzo è “Almeno pensami”. Dirige, pensa un po’, Beppe Vessicchio. Ron canta e usa la bocca proprio come faceva Dalla, lasciandola un po’ aperta alla fine delle parole, ma il pezzo non mi convince. Mi viene da pensare che, se Dalla non l’ha inciso, un motivo ci deve essere: forse non convinceva nemmeno lui. L’ovazione è d’obbligo, ma…

I siparietti fra Baglioni e la Hunziker sono patetici. Annunciano il terzo interprete, che poi sono tre: “The Kolors”, ragazzotti crestati, tatuati e pieni di piercing. Cantano “Frida, mai mai mai”. Io non sopporto tatutaggi, creste e piercing, ma non bisogna cedere ai pregiudizi. I tre fanno molta scena, sono terribili i due pirla – pardon, i due percussionisti dietro il frontman. Il pezzo è un semi-rap, con rime tipo “luna-fortuna”, roba che Leopardi li condannerebbe alla fucilazione a vita. In compenso la musica è ripugnante. Dimenticabili. Anzi, proprio da dimenticare.

La Hunziker fa di tutto per essere sciolta, disinvolta, entusiasta e a suo agio, a tal punto da dimostrarsi fasulla. Insiste a citare il suo amore per il marito, che bacia pure, manco fossimo su Novella 2000.

Favino introduce, cercando di essere spiritoso ma senza riuscirci, il quarto interprete: Max Gazzè, che – spero – risolleverà un po’ la media finora avvilente della qualità musicale. Canta “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”. Titolo originale, speriamo che mantenga la promessa. Oddio, non si capisce una parola, anche perché Gazzè ha un po’ la zeppola. Forse merita un secondo ascolto, ma dopo la geniale “La vita com’è” delude un po’ le aspettative. In base a quel poco che si capisce del testo, sembra un po’ una riedizione della vetusta, anzi, preistorica, “E la barca tornò sola” di una cinquantina di anni fa.

La pubblicità porta un momento di normalità, dopo la spaventosa infornata di artificiosità che ingessa i tre conduttori. Guardo con tenerezza la bruttina che, alla domanda “Svizzero?” risponde “no, Novi!”.

Chissà perché la voce femminile che chiude gli spot dei profumi – in francese – ha sempre l’aria di essere disgustata e incacchiata di brutto? Valeria Mazza ripete il suo spot liquefatto.

La scenografia è tutta un rutilare di luci. Peccato che siano luci brutte.

Baglioni annuncia che la Pausini non sta bene, e se saremo fortunati non guarirà prima della fine del festival (se saremo fortunati lui non l’ha detto, ma io sì); la annuncia, ma entra Fiorello. Baglioni è così ingessato che pare che gli abbiano rotto tutte le ossa. Purtroppo gli hanno lasciato intatta la laringe, con tutta la frittella dentro.

Fiorello spara sulla Croce Rossa sfottendo i Pooh e Gianni Morandi. Comunque la sua professionalità lo rende stratosferico, rispetto all’impaccio che imbozzola gli altri tre. Riesce a scherzare anche sulle elezioni, ma poi telefona la Pausini, povera martire dell’influenza. Il pubblico la applaude lo stesso, tanto che canti o no sul piano artistico non è che la differenza sia poi così evidente. Purtroppo poi Fiorello e Baglioni cantano “E tu”, una delle messe cantate più eseguite di Baglioni. Ogni frase di questa canzone potrebbe stare sul foglietto dei Baci Perugina. Fortuna che non soffro di diabete, o andrei in coma insulinico. Sull’ “E adesso non ci sei che tu” la frittella va su e giù nella gola di Baglioni, purtroppo senza strangolarlo. Fortuna che c’è Fiorello a rendere meno zuccherosa l’esibizione. Però la peggiora, al telefono, il commento della Pausini. Le auguro una perfetta guarigione, ma dopo la fine del festival. Molto dopo.

Torna il festival (e menomale che le canzoni dovrebbero essere al centro dello spettacolo) e Hunziker introduce, sperticandosi in lodi, Ornella Vanoni che, accompagnata da tali Bungaro e Pacifico, canta “Imparare ad amarsi”. La sua maschera è impressionante, al punto che Baglioni, che pure è stirato come uno spinnaker pieno di vento, pare fresco come un neonato. Uno dei suoi partner, quello al piano, somiglia a Costantino Della Gherardesca (mi pare che si chiami così). La canzone non è niente di eccezionale (le solite frasi d’amore, amarsi, lasciarsi, vedi tu che novità), ma fra quelle sentite finora è la meno peggio.

Continuano le stucchevoli smancerie e le battute fra i presentatori, sincere e autentiche come una banconota da tre euro.

Favino introduce Ermal Meta e Fabrizio Moro, in coppia. Eseguono “Non mi avete fatto niente”. La musica dev’essere di Meta: sembra quella dell’anno scorso. Snocciolano in fretta le loro frasi, bravo chi li capisce. Dev’essere una canzone sociale con intenti morali, almeno questo sembra di intuire. Difficile decidere se il contenuto antimilitarista sia sincero o furbo. Comunque, meglio dei soliti cuori, amori, saluti e baci. Peccato che la musica sia di una disarmante inconsistenza.

Lo spot della Tim mi dà modo di andare a fare la pipì. La grossa non mi scappa, anche se sinceramente quello che ho sentito finora un po’ lo stimolo lo dà.

Di nuovo la gara, con Hunziker e Favino che continuano a fare siparietti imbarazzanti, recitati a livello di avanspettacolo. Introducono Mario Biondi. Urca, Mario Biondi! Speriamo  bene. Canta “Rivederti”, e ri-dirige Beppe Vessicchio. Mamma mia, come vanno corte le giacche, adesso! Il pezzo ha l’accattivante ritmo swing tipico dello stile di Biondi, e reca la sua inconfondibile firma; anche melodia e arrangiamento sono decisamente superiori alla media avvilente dei pezzi sentiti finora. Perfino il testo si riesce a capirlo, e non è male. Finora è la mia preferita, alla grande.

Pubblicità. Alla Conad, stasera, niente gravidanze a termine.

Baglioni si produce in un altro pistolotto e si sorride addosso – almeno ci prova, stirato com’è – alle battutine striminzite che snocciola. Favino si propone fingendo di recitare Leopardi, poi passa a Tony Renis. Torna Baglioni, lo sketch resta stiracchiato e fasullo. Il livello di simpatia di Favino sta scendendo a velocità ultrasonica. Sul finale, però, recupera interpretando con autentica bravura un pastiche difficilissimo di canzoni sanremesi. Diamo a Pierfrancesco quel che è di Pierfrancesco.

Hunziker presenta due dei Pooh (che si sono sciolti ma purtroppo non del tutto): Fachinetti e Fogli. Eseguono “Il segreto del tempo”. Facchinetti esordisce dicendo “ci sono giworni che mwori dwentro”. A parte questo, la sua faccia fa pensare a Berlusconi com’era l’anno scorso (Berlusconi com’è quest’anno è oltre ogni possibilità di imitazione). I due cercano di cantare acuti che sembrano essere ormai al di là dei loro mezzi. La canzone pare un déjà vu, anzi, un déjà entendu: una poohanata. Nel senso che è precisa precisa come tutte le precedenti canzoni dei Pooh degli ultimi trenta o quarant’anni.

Entra poi un gruppo, “Lo stato sociale”. Cantano “Una vita in vacanza”. Tipici movimenti un po’ spastici dei ragazzotti che fanno gli artisti ai giorni d’oggi. Testo con pretese sociologiche, ma non convince: ciarpame da tormentone estivo con tanto di parolaccia incorporata, che un po’ ricorda Gabbani ma senza la sua verve e la sua intelligenza. Non posso dire cosa penso della vecchietta che sta con loro perché non sarebbe politicamente corretto.

Pubblicità: Poltrone e sofà, se vanno avanti così, a furia di sconti oltre al divano ci danno anche i soldi per portarcelo via. Dovrebbero darceli comunque, i soldi, perché ancora non gli abbiamo bruciato i negozi (si scherza, neh!).

Hunziker rientra in un vestito senza scollatura cantando “E se domani”, e Favino e Baglioni fanno un terribile siparietto con le sue scarpe, una cosa patetica e inguardabile; non manca l’inquadratura sul marito della medesima, debitamente commosso. Gli autori di queste misere oscenità meriterebbero di scrivere i discorsi di Salvini: il livello di stupidità è quello.

Torna la gara, fra battutine inascoltabili dei presentatori cui si associa, poveretto, anche Gianni Morandi.  Introducono Noemi, i cui capelli arancione rivelano che lei è la vera figlia di Donald Trump. Canta “Non smettere mai di cercarmi”. Ha un occhio più chiuso dell’altro, e canta un borborigmo, all’inizio, di cui non si capisce una parola. Poi si mette a strillare e non si capisce niente lo stesso, e forse è meglio. La melodia non esiste, e allora mi distraggo osservando che la sua silhouette, soprattutto vista da dietro, fa pensare un po’ a una boa marina, ma meno snella. Ohibò, è un pensiero maschilista. Ma ormai l’ho pensato.

Ma come è brutta la scenografia! Fa pensare a una pallina dell’albero di natale riuscita male vista da dentro. Fa il paio con le battutine scipite che hanno messo in bocca ai presentatori. Hunziker, di nuovo scollatissima, esibisce il suo bravo tatuaggio su un braccio (io li odio, i tatuaggi) e presenta i  Decibel, ossia Enrico Ruggeri con due spalle, che cantano “Lettera dal duca”. Ruggeri è un bravo professionista, speriamo bene. E infatti il pezzo è accattivante, col testo gradevole  e non scontato, e la musica ben definita e dotata di una individualità. Nella mia graduatoria personale supera anche Biondi.

Lo spot che presenta lo sceneggiato su Fabrizio De Andrè mette in risalto lo squallore della media delle canzoni sentite finora e, temo, di quelle che si sentiranno ancora.

Favino e Hunziker introducono Elio e le Storie Tese, che dovevano sciogliersi ma hanno deciso di sospendere la cosa. Cantano “Arriverdorci” (sic), diretti da Beppe Vessicchio. Si sono vestiti da marajà, chissà perché. Brano tipico del gruppo, una sorta di ironico e demenziale commiato in musica.

Le undici e mezzo, e mancano ancora otto canzoni. Sette dopo la prossima, cantata da Giovanni Caccamo, che canta “Eterno”. Coautore del pezzo è tale Cheope. “Prendimi la mano, scappiamo via lontano”. Basta una rima così idiota per farmi decidere che la canzone non fa per me; e le altre rime non sono migliori, con tanto di “occhi tuoi”, che Dio li maledica. Quando in una canzone sento le parole “gli occhi tuoi” mi monta dentro l’istinto omicida; e Caccamo lo dice continuamente. Ora capisco perché il coautore si fa chiamare Cheope: una roba mummificata come questa canzone poteva scriverla solo un faraone egizio.

Un altro reperto di Pooh, Red Canzian, esegue “Ognuno ha il suo racconto”. Anche Canzian, quanto a mummificazioni, non scherza.  Il pezzo ha qualche pretesa rock, ma 50 anni di Poohanesimo lasciano il segno. Peccato che si siano sciolti. Se fossero rimasti insieme, avrebbero cantato una sola canzone. Così, invece, si moltiplicano come l’agente Smith di Matrix. Speriamo che non esca dal sarcofago anche il batterista.

E arriva Luca Barbarossa, che canta “Passame er sale”, con evidenti contenuti etnici.  Infatti è una stornellata in dialetto romanesco. Avrà sicuramente molto successo nel Lazio, ma è gradevole, tutto sommato, anche per chi laziale non è, pur se non ha assolutamente niente di originale, o forse proprio per questo: non affatica l’orecchio e la sua prevedibilità in fondo è gratificante. È terza nella mia classifica personale.

Morandi appare ogni tanto e continua a prestarsi alle battutine squallide da avanspettacolo che infarciscono la serata, indegne di uno spettacolo che – ahinoi – va anche in eurovisione.

Oddio, nella pubblicità c’è Carlo Cracco che va in bagno. Si vede che a furia di sentirsi mandare a ca…, alla fine ha fatto di necessità virtù. Torna anche la Mazza, con la sua clinicadelavelèsa. Tolgo l’audio quando arriva la bottiglina idiota di acqua minerale che fa un rap.

Le scale rubate a Hogwarts continano a muoversi dopo l’entrata della Hunziker, che con Favino introduce il momento dedicato a Gianni Morandi, che duetta con Baglioni, sempre ingolfato di frittelle nella gola. Cantano “Se non avessi più te”, e se Morandi la cantasse da solo sarebbe decisamente meglio.

Molto bravo il primo violino dell’orchestra. Poi Morandi canta un pezzo nuovo, con un certo Tommaso Paradiso, per lanciare il suo nuovo disco di inediti. Canzone non indimenticabile. Io comincio a sbadigliare, perché è mezzanotte e ancora mancano cinque canzoni, e dopo l’esibizione si moltiplicano i mirallegro (notate che cito Verga, per esibire la mia mostruosa cultura) fra Baglioni, Morandi, Hunziker, Favino e quel tale Paradiso, che così allungano il brodo in modo insopportabile.

La quintultima canzone la propongono tali Diodato e Roy Paci, con “Adesso”. La mia ignoranza del panorama della musica leggera contemporanea è spaventosa, ma sentendo cosa e come cantano questi due non mi sento poi troppo in difetto. Il pezzo è un’ennesima omelia semirecitata di scarsa comprensibilità, con qualche verso urlato ogni tanto che vorrebbe dare l’impressione di rabbia e intensità.

La manifestazione nel suo insieme fa pensare a un aereo che cerca di decollare ma non riesce a raggiungere la velocità necessaria e continua a rullare sulla pista senza arrivare a sollevarsi. Inutili gli sforzi della Hunziker, l’unica che tenta – senza successo – di pompare un po’ lo spettacolo.

Quartultima in gara, Nina Zilli esegue “Senza appartenere”. Esordisce con un miagolio. Il resto sembra un tuffo negli anni ’50, con un po’ di batteria in più. Gli sforzi interpretativi della Zilli non riescono a dare una fisionomia a un pezzo senza struttura che, a cantarlo alla rovescia, non si capirebbe la differenza.

Come se già la cosa non si stesse dilungando oltre i limiti del sopportabile, Favino e Baglioni fanno finta che ci sia un inconveniente tecnico per fare finta di improvvisare qualcosa, come se le cose finte in questo festival non fossero già sufficienti. Tutto serviva a introdurre Stefania Sandrelli, che purtroppo tenta di cantare, cosa esecrabile. Con lei ci sono Stefano Accorsi e tanti altri attori, tutti a strillare “Bella senz’anima”: dev’essere il cast di un film da presentare. Che fosse tutto per finta è dimostrato dall’entrata dell’orchestra. E la menano in lungo, mamma mia quanto la menano! Il film infatti è “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino.

Finalmente tocca alla terzultima canzone, presentata dalla Sandrelli insieme alla Hunziker. Renzo Rubino è l’interprete di “Custodire”. È otto decibel sotto il rutto, non si capisce niente. Quando comincia a cantare sul serio mi fa pensare agli artisti della “Coppa Rimetti” del Ruggito del Coniglio. Beh, dài, forse sono cattivo, non esageriamo: in effetti una certa differenza c’è. Quelli della “Coppa Rimetti”, infatti, sono molto, ma molto meglio.  Questa di Rubino è la cosa più terribile che ho sentito finora.

Penultimi a esibirsi sono Enzo Avitabile e Peppe Servillo, fratello di Toni, noto anche come il tacchino in forma umana. “Il coraggio di ogni giorno” è il pezzo che eseguono. Il pezzo si solleva dalla mediocrità della melassa che sommerge la maggior parte delle canzoni sentite finora, ma certo non comprerei il disco.

E finalmente arriva l’ultimo pezzo, sempre accompagnato da battutine idiote dei presentatori, con “Le vibrazioni” che eseguono “Così sbagliato”. Gruppo rock, o presunto tale. Lo si capisce dal bassista che tiene lo strumento sotto l’inguine ed è vestito da pirla, con un camicione e le gambe scoperte. Canzone dimenticabilissima, non merita un ascolto troppo attento. Il suo più grande merito, indubbiamente notevole, è di essere l’ultima.

Resisto ancora per vedere qual è la classifica della serata, ma prima devo subire qualche spot pubblicitario, incluso quello cretino del prosecco Sant’Orsola, quello con la tizia mascherata che alla fine dello spot, purtroppo, si toglie la maschera e si scopre che ha una faccia da… insomma, non da Nobel per la fisica.

La giuria popolare, ovviamente, ha opinioni molto diverse dalle mie. Con questa constatazione me ne vado a letto, pensando sconsolato che domani dovrò di nuovo tirare tardi ascoltando questi capolavori. Sarà interessante vedere come voterà la sala stampa.

Comunque un merito, ‘ste canzoni, ce l’hanno: mi hanno fatto venire un sonno, ma un sonno, che dormirò come un sasso fino a domani mattina.

Giuseppe Riccardo Festa

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