SANREMO: LA BUONA NOTIZIA E’ IL CALO DEGLI ASCOLTI

L’edizione digitale di “la Repubblica” di oggi  apre con Sanremo. “Il Corriere della Sera” lo pone subito dopo una notizia sugli stipendi di aprile, che aumentano per qualcuno ma non per tutti. “La Stampa” dà la priorità al delirio narcisistico di Donald Trump nel suo discorso sullo stato dell’Unione, ma si affretta subito dopo a occuparsi di Sanremo.
Sarà perché è un po’ burbanzoso, o perché è “radical chic”, per trovare su “Domani” i servizi sul festival bisogna invece scivolare molto più in basso, e là, a dispetto delle facce giubilanti di Laura Pausini e di Carlo Conti nella foto di apertura, la notizia che più colpisce è il tonfo negli ascolti, 3 milioni in meno rispetto all’anno precedente.

Complimenti a “Domani”, che giustamente dà più risalto a notizie ben più importanti e inquietanti, e complimenti anche a quei tre milioni di italiani che hanno contribuito a costituire il 42% di telespettatori che non hanno guardato il festival.

Chissà che, finalmente, non sia cominciata la curva discendente di una kermesse che da anni, oramai, con la Musica (quella con la M maiuscola) ha un rapporto che definire conflittuale è già eufemistico?

Certo, non è sempre andata così. Da Sanremo sono passati interpreti straordinari, da Domenico Modugno a Milva, a Mia Martini, a Paul Anka, Johnny Dorelli, Adriano Celentano, Lucio Dalla, Pino Donaggio, Nada, Don Backy, lo sfortunato Luigi Tenco e tanti altri bravissimi cantanti: vi ricordate? Quando le donne indossavano mise da sera e gli uomini lo smoking. E quelle canzoni, poi! “Nel blu dipinto di blu”, che fece il giro del mondo, “Io che non vivo”, “La nevicata del ‘56”, “Almeno tu nell’universo”, “L’immensità”, “4 marzo 1943”… 

E adesso? Adesso conta l’effetto, o meglio l’effettaccio; la trasgressione da un tanto al chilo, l’originalità a tutti costi, da ostentare però nell’abbigliamento e nei nomi “d’arte”, non nella musica.

Mi si potrà accusare di giudicare in base a un pregiudizio, visto che faccio parte di quel 42% di cui sopra, ma sono reduce da anni di ascolto attento e scrupoloso del festival e sono pronto a scommettere che anche quest’anno rivedremo il film (inclusa, ahinoi, la colonna sonora) degli anni scorsi: le radio – soprattutto la RAI – trasmetteranno per qualche settimana i brani in concorso, quelli finalisti magari perfino per tre o quattro mesi, e poi le canzoni del festival cadranno nel dimenticatoio, destino che peraltro è ampiamente meritato trattandosi con eccezioni sempre più rare, fino ad essere sporadiche, di prodotti destinati al consumo, fabbricati senza entusiasmo da autori senza talento e magari con un aiutino nemmeno tanto marginale delle applicazioni di intelligenza artificiale, alle quali basta proporre il testo e loro ti inventano melodia, arrangiamento, ritmo e tutto quanto; volendo, anche la voce che la canta: provare per credere. Questo, beninteso, quando alla “canzone” si vuol dare una melodia; se no basta appiccicare un ritmo ripetitivo di basso e batteria e qualche nota trascinata di archi sintetici a una filastrocca più o meno scema, ed eccoti servito un “rap” da snocciolare con voce più o meno incerta e dizione più o meno esecrabile; e se dentro per sbaglio ci capitano due note da cantare nessun problema, con l’autotune può “cantare” e addirittura vincere perfino Olly, che non so se quest’anno partecipa o no, e sinceramente non potrebbe fregarmene di meno (so che ha vinto l’anno scorso solo per via delle polemiche che hanno seguito la sua rinuncia all’Eurofestival, dove l’autotune non è ammesso).

Una cosa del festival, però, intendo seguirla, motivato dal gratificante calo di ascolti che la kermesse ha subito durante la prima serata. Se questo calo continuerà, allora avrò il piacere di rivedere al rialzo la mia opinione sulle capacità critiche di noi italiani. Qualora invece malauguratamente, nonostante i poliziotti assassini di Milano e quelli corrotti della stazione Termini di Roma; nonostante le minacce di guerra in Iran e il protrarsi di quella in Ucraina e nonostante lo stillicidio di assassinii in Palestina ad opera dell’esercito di Netanyahu; nonostante i cadaveri di migranti che il mare deposita sulle nostre spiagge e nonostante la corruzione che dilaga anche fra i docenti universitari, e la povertà e l’inflazione che aumentano mentre salari e produzione industriale declinano; ebbene, se nonostante tutto questo si dovesse registrare un recupero di interesse verso le estenuanti serate festivaliere, allora dovrei tristemente concludere che non c’è speranza di risalita dal declino culturale, morale e civile della nostra povera Italia.

Un declino egregiamente simboleggiato dal quel “Repupplica” che ha svilito, sul palco, il meraviglioso grido antifascista di Gianna Pratesi (ci tengo a dire che averla invitata va a onore e merito di Carlo Conti); e chissà che il presidente del Senato (!) Ignazio La Russa non gridi allo scandalo, dopo quel grido, visto che da parte sua ha tenuto a promuovere il tutt’altro che antifascista “comico” Andrea Pucci.

“O tempora, o mores” diceva il vecchio Cicerone. Tempi e costumi grami, i nostri, se ci passano i La Russa per la politica, i Pucci per la comicità e, quel che è peggio, Sanremo, i suoi rap e i suoi autotune per la musica.

Giuseppe Riccardo Festa

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