■Antonio Loiacono
San Morello si è svegliata con una sensazione che non ha bisogno di spiegazioni. Basta guardare. Basta passare da quell’ingresso del paese, rallentare un attimo, e capire.
Qualcuno, nella notte, ha deciso che quel busto — quello di San Pio — andava colpito. Non spostato, non ignorato. Danneggiato. Sfregiato e buttato per terra, nell’erba. Come se fosse un bersaglio.
E allora la domanda non è tanto chi è stato.
La domanda vera è: perché proprio quello?
Perché lì non c’era solo una statua. C’era una storia piccola, concreta, quasi ostinata. Quella di persone che si mettono insieme, raccolgono soldi, tempo, energie — e provano a rendere un angolo di paese un po’ più dignitoso. Un’aiuola curata, due alberelli, un segno di presenza. Di “ci siamo”!
Quel busto é questo. Niente di monumentale. Ma proprio per questo, importante.
E adesso no. Adesso è ferito.
Non è nemmeno la prima volta. Ed è questo che pesa davvero.
Negli ultimi mesi, lì attorno, è successo un po’ di tutto: piante spezzate, fiori strappati, un cartellone buttato giù. Piccole cose, dirà qualcuno. Sì, piccole. Ma quando si ripetono smettono di essere episodi e diventano un messaggio.
Qualcuno ce l’ha con quel posto. O peggio: qualcuno ha deciso che niente deve restare in piedi, se è stato costruito con cura.
È una logica strana, ma purtroppo familiare. Distruggere è più facile che capire. E soprattutto non richiede responsabilità.
Quello che colpisce, più del gesto in sé, è il vuoto che si porta dietro.
Perché danneggiare un simbolo religioso è già qualcosa di grave. Ma qui si va oltre. Qui si colpisce un gesto civico. Un’idea semplice: prendersi cura di ciò che è di tutti.
E allora sì, la rabbia c’è. Ma è un tipo di rabbia stanca, amara. Non esplode, si accumula.
Tra i cittadini si sente — nelle parole, nei silenzi, negli sguardi — quella sensazione di impotenza che arriva quando capisci che qualcuno, deliberatamente, sta andando nella direzione opposta alla tua.
Tu costruisci. Lui distrugge. E lo fa di notte.
Ora si parla di controlli, di telecamere, di interventi. Giusto. Necessario.
Ma la verità è che nessuna telecamera potrà mai sostituire una cosa: il senso del limite. Quello che ti fa fermare prima di compiere un gesto stupido. O vigliacco.
E quel limite, evidentemente, qualcuno lo ha perso.
San Morello però non è solo questo. Non può esserlo.
Perché se è vero che basta una notte per rovinare qualcosa, è anche vero che serve molto più tempo per costruire ciò che quel busto rappresentava. E quel tempo qualcuno lo ha già investito.
Forse è da lì che bisogna ripartire. Non dall’atto vandalico, ma da quello opposto. Dal gesto iniziale.
Dalla cura.
Perché alla fine è sempre lì che si gioca tutto: tra chi tiene insieme i pezzi e chi prova a romperli.
E decidere da che parte stare, in fondo, non è così complicato.

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