QUANDO LA POLITICA DIVENTA RISSA

C’è qualcosa di malato, oltre che contraddittorio, in chi urla e strepita lamentando che Reporters sans Frontières ha collocato l’Italia al settantasettesimo posto nella graduatoria della libertà di stampa, e poi lancia proclami contro chi si permette di criticare la sua parte politica invocando che sia messo a tacere.

C’è qualcosa di aberrante in chi minaccia di non acquistare i prodotti reclamizzati durante una trasmissione televisiva che ha osato criticare la sua parte politica.

C’è qualcosa di distorto in chi sbeffeggia e dà del venduto a un attore che si dichiara per il “sì” al referendum prossimo venturo sulla riforma costituzionale, cara a Matteo Renzi e invisa a praticamente tutti gli altri, e certamente non amata neanche da chi propone queste riflessioni ai suoi ventiquattro lettori.

C’è qualcosa di sbagliato in un Paese in cui chi parla di libertà di espressione pensa allegramente che questo diritto vada sospeso se ad avvalersene sono i suoi avversari politici.

No, signori: non è così che funziona. O almeno, non è così che dovrebbe funzionare.

Fermo restando il limite della legge e della buona educazione – anche questo più teorico che effettivo, visto che sui social network sono ben pochi a rispettarlo – ognuno, sul piano della politica, deve essere libero di affermare quello che gli pare e di criticare chi vuole. Il grillino critichi la politica di Renzi, il renziano quella di Grillo: ma per favore, non si insulti e non si derida la persona.

Chi vuole criticare Virginia Raggi o Renato Brunetta si astenga dall’alludere a particolari del loro aspetto fisico: parli di quello che dicono e fanno in politica; e chi li difende risponda restando in tema, non insultando. Chi vuole prendersela con Boldrini o Boschi, o qualunque altra donna attiva in politica, si ricordi che è volgare, squallido e miserabile – oltre che penalmente rilevante – farlo usando epiteti sessisti: espongano, se ne hanno, critiche fondate e fatti dimostrabili: tutto il resto è calunnia.

Non si usi come alibi il cattivo esempio che viene proprio da coloro che dovrebbero indicare ai cittadini il modo corretto di dibattere e il fatto che per anni abbiamo assistito a talk-show in cui la rissa era la regola, a dibattiti politici basati sulla delegittimazione dell’altro. Non è possibile che, ancora nel 2016, si sia ai guelfi e ghibellini, ai Capuleti e Montecchi, ai clericali e anticlericali, al “voi” contro “noi”.

Che cose del genere succedano anche altrove non è consolante. Giusto oggi, due eurodeputati dell’UKIP, quelli dell’uscita della Gran Bretagna dalla Comunità, sono venuti alle mani, a Strasburgo, e uno, Wolfe – quello nella foto – è finito all’ospedale. Non è consolante, per quanto ci riguarda, che due inglesi, quelli che hanno inventato il fair play, si comportino così. Se mai è un segno che l’imbarbarimento sta dilagando, basti pensare anche alle bordate di insulti che negli USA volano fra clintoniani e trumpiani. Nulla esclude che un match di boxe, in casa nostra, potrebbe verificarsi se un deputato renziano si scontrasse con un dalemiano, nel PD, o un grillino DOC con uno che invece ha lasciato il partito.

A questo imbarbarimento né io né – ne sono convinto – i miei ventiquattro lettori vogliamo partecipare. Sarebbe bello che tutti, prima di parlare o scrivere, facessero un passo indietro, tirassero un bel respiro profondo, e si ricordassero che la loro libertà finisce là dove comincia quella degli altri.

Sarà puerile; ma la speranza, si dice, è dura a morire.

Giuseppe Riccardo Festa

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