NATURALE SARA’ LEI!

Oggi propongo ai miei  lettori un piccolo gioco che comincia con la presentazione di due elenchi. Di ciascuno bisogna indovinare qual è la cosa che i rispettivi componenti hanno in comune.

Elenco numero uno: la poligamia, l’uccisione dei neonati malati o deformi, l’egoismo, la soppressione degli invalidi, la violenza sulle donne, la guerra, la legge del più forte, il rifiuto del diverso, la schiavitù, l’antropofagia, la supremazia dei maschi.

Elenco numero due: gli occhiali, il microfono, la filosofia, il formaggio, la parola, la solidarietà, il televisore, la fotografia, il profilattico, il bicchiere, i diritti dei deboli, il libro, la fusione dei metalli, lo shampoo, il rispetto delle minoranze, il pane, il trapianto di cuore, la rasatura della barba, le scarpe, l’astronomia, il cognac.

Avete indovinato? No? Eppure è facilissimo: il primo è un elenco di cose e comportamenti assolutamente naturali, osservabili in qualunque società poco evoluta, e alcuni di loro anche in società molto evolute, come quella greca o quella romana, ma poco attente al rispetto delle persone.

Il secondo, invece, è un elenco di cose decisamente innaturali, frutto di secoli quando non di millenni di crescita e di evoluzione intellettuale, tecnica e culturale.

E sapete una cosa? Preferisco di gran lunga l’innaturalità del secondo elenco alla naturalità del primo.

Perché vedete, miei pazienti ventiquattro lettori: l’umanità ha smesso di essere “naturale” nel momento stesso in cui ha imparato a pensare, inventando la parola “io” e cominciando a guardare il mondo come qualcosa di altro da sé, a manipolarlo e modificarlo.

È proprio questo il famoso peccato originale: Adamo ed Eva che gustano il frutto dell’albero della conoscenza non fanno altro che rifiutare di continuare ad essere felici nella propria inconsapevolezza e decidere di prendere in mano il proprio destino.

In altri termini, l’umanità è una specie culturale, non è una specie naturale. Invocare la natura quando si vuole rifiutare qualcosa che non ci piace significa accettare della nostra evoluzione gli aspetti che ci fanno comodo, salvo levare alte grida di orrore e tacciare di “contronatura” quelle non ci piacciono.

Beninteso: non tutto ciò che è “culturale”, e quindi “innaturale”, è positivo: anche il celibato dei preti, per esempio, è contronatura; anche l’infibulazione e l’escissione del clitoride lo sono, e anche la circoncisione dei bambini, e la lapidazione delle adultere: ma sono comportamenti che implicano una forma di violenza, su sé stessi o sugli altri: e qui sta il discrimine, l’unico, che si dovrebbe seguire per decidere cosa sia lecito e cosa no.

Perché tra le più belle conquiste del nostro essere “contronatura” c’è la consapevolezza di quanto sia orrenda la violenza, in qualunque forma e contro chiunque sia esercitata. È una conquista recentissima, che appartiene solo ad una sparuta minoranza delle tante nazioni e culture che costellano i territori del pianeta: noi europei abbiamo avuto bisogno degli orrori delle ultime due guerre, e della Shoah, e dei Gulag, per rendercene finalmente conto; e purtroppo di nuovo si sentono, anche da noi, sinistri e cupi echi di voci che invocano l’allontanamento del diverso, la sua eliminazione, la chiusura delle barriere, i fili spinati.

Non m’importa di essere naturale: al contrario, voglio essere civile.

E dunque guardo con orrore alla morte degli ideali di un’Europa aperta e solidale, che diventa meschina ed egoista di fronte alla richiesta di aiuto di disperati in fuga da guerra e miseria, salvo piangere lacrime di coccodrillo ad ogni naufragio di profughi, col suo corollario di bambini, donne e uomini annegati.

Con lo stesso orrore guardo alla meschinità di chi qui in Italia, nel nome di un dio o della natura, invocando la cosiddetta “famiglia naturale”, vuole rifiutare agli omosessuali, in quanto “diversi”, il diritto di avere una famiglia, di amarsi alla luce del sole e di assumersi le responsabilità, e godere le gioie, che avere una famiglia comporta.

Questa è violenza, quale che sia l’alibi che s’invoca per esercitarla; è la terribile, insopportabile e naturalissima violenza.

Giuseppe Riccardo Festa

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