Quando la mamma degli imbecilli partorisce ultras calcistici

La mamma degli imbecilli, come dice il famoso adagio, è sempre incinta. Ora possiamo aggiungere un ulteriore elemento informativo alle sue caratteristiche riproduttive, e cioè che la maggior parte dei pargoli che sforna è costituita da ultras calcistici.

L’abnorme idiozia dei fanatici della Lazio, che per insultare i loro cugini-rivali-nemici concittadini hanno rivestito Anna Frank con la maglia della Roma ne è una prova. La più volgare, la più meschina e la più greve, almeno finora; ma certamente non l’unica.

Il problema non investe i soli microcefali di fede laziale. Tutti ricordiamo l’orrenda scritta “Minime all’estero: Bruxelles meno 39”, con cui, dopo la strage di juventini allo stadio Heysel nel 1985, gli odiatori della Vecchia Signora si affrettarono a imbrattare alcuni muri di Torino, e lo striscione “Forza Vesuvio” che i tifosi veneti innalzarono in occasione di un match contro il Napoli. Per quest’ultimo episodio, esemplare fu la replica dei napoletani che nel match di ritorno innalzarono un altro striscione, epico, che dichiarava “Giulietta è ‘na zoccola”.

Purtroppo non tutti (nemmeno i napoletani, non sempre), hanno questa capacità di smorzare con l’ironia un odio assurdo e becero quanto irrazionale, illogico e incomprensibile.

Incomprensibile, beninteso, se lo si misura, appunto, con le armi pacifiche della logica e della razionalità.

Ma l’ultrà non è logico né razionale. Di regola è un ignorante senza arte né parte, un frustrato alla disperata ricerca di un senso per un’esistenza vuota e priva di valori. Il tifo calcistico gli offre a costo zero uno stendardo nel quale riconoscersi e riconoscere i suoi confratelli, acefali idioti generati nella stessa cucciolata; se non ci fosse il calcio si servirebbe di qualcosa d’altro.

L’ultrà calcistico non ha una personalità propria: la sua identità è quella del branco, da solo è una nullità e sotto sotto lo sa. Ecco dunque che si copre di segni di riconoscimento, di gagliardetti, di felpe, di ammennicoli di ogni genere che gli permettano di sentirsi qualcuno e parte di qualcosa. Incapace com’è di affermare una personalità che non possiede, cerca di emergere individuando qualcuno da odiare, dileggiare, disprezzare e, se possibile, malmenare e perfino ammazzare: incapace di elevare sé stesso, tenta di abbattere e umiliare, oltre ai rivali delle squadre calcistiche concorrenti, coloro che i luoghi comuni più grevi e i pregiudizi più beceri gli permettono di identificare come nemici: gli ebrei, i meridionali, i neri, le donne.

Che gli ultras, oltre che a una squadra di calcio, siano anche per lo più legati a una fede politica che si nutre, oltre che di antisemitismo, di patetici e grotteschi simboli nostalgici come aquile, fasci, menti volitivi, teste rasate e saluti romani, non è un caso perché la sindrome è la stessa. Neofascista o ultrà calcistico, il contenuto intellettuale e morale è identico: il vuoto assoluto.

Giuseppe Riccardo Festa

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