C’era una volta un sogno

Non farti cadere le braccia, cantava tanti anni fa Edoardo Bennato. Facile da dire: il mondo nel quale sono cresciuto, anzi: nel quale siamo cresciuti, si sta sbriciolando davanti ai nostri occhi.

Per decenni ci avevano insegnato, ed era bello crederci, che gli esseri umani debbono avere tutti le stesse opportunità, che non debbono esistere barriere culturali, che dobbiamo sforzarci di capire chi ha idee diverse dalle nostre, che la violenza è sempre e comunque sbagliata, che nascere qui non dà il diritto di sentirsi superiori o lo stigma di essere inferiori a chi invece è nato là. Ci avevano insegnato, ed era bello esserne fieri, che dopo la vergogna del fascismo, grazie alla lotta di Liberazione, gli italiani avevano recuperato dignità, libertà e uguaglianza. Avevamo visto cadere, uno dopo l’altro, i pregiudizi razziali, sessuali, sociali; e poi avevamo visto cadere anche le frontiere, avevamo smesso di guardare con diffidenza o con soggezione gli ex nemici; alle patrie meschine che generavano guerre avevamo sostituito un’idea di più ampio respiro, quella di Europa: un’Europa nella quale muoversi liberamente, da uguali fra uguali.

E poi, dal maledetto 2008, tutto ha cominciato di nuovo a tornare come prima. Di nuovo si alzano le frontiere, di nuovo si parla di sovranità nazionale, di nuovo si discrimina chi è nato altrove, tanto più se ha la pelle più scura della nostra.

Credevamo che il processo di crescita della civiltà, della tolleranza e del rispetto reciproco fosse inarrestabile e che progredisse solo in avanti, ma ci sbagliavamo: non avevamo tenuto in debito conto, nel nostro ingenuo ottimismo, il lato più oscuro della nostra natura, il vizio che cova subdolo in fondo al cuore di ognuno di noi. Negli anni felici dell’ottimismo imperante e del benessere crescente avevamo dimenticato di essere, in fondo, creature meschine ed egoiste e che il nostro interesse, in fondo al nostro cuore, è la cosa più importante di tutte.

Siamo pronti a dire che siamo tutti fratelli, che l’umanità è una sola, che non debbono esistere pregiudizi, ma solo fin quando abbiamo la pancia piena, il letto caldo, la casa sicura, l’impiego garantito. A queste condizioni siamo pronti a dire, entusiasti, “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. Ma se anche una sola di queste certezze comincia a vacillare, ecco che l’orizzonte si restringe: la fratellanza smette di essere universale e si limita via via a chi ha la pelle dello stesso colore, prega lo stesso dio, parla la stessa lingua, mangia e si veste allo stesso modo. Chi è o anche semplicemente sembra diverso è guardato dapprima con sospetto, poi con insofferenza, poi con irritazione; e infine con odio.

È bastata una miserabile crisi finanziaria per far sì che il castello fatato che avevamo costruito dopo i disastri – troppo presto dimenticati – delle ultime due guerre, quel castello sul cui portone sono scolpite le parole meravigliose dei primi tre articoli della nostra Costituzione, cadesse in macerie rivelandosi fragile e fondato su presupposti culturali che erano solo un sottile velo di vernice, ben lungi dall’essere veramente interiorizzati dai popoli: tornano così le patrie, tornano gli egoismi, torna il razzismo, tornano i pregiudizi che forse non erano mai svaniti ma continuavano a covare sotto la cenere di un fuoco, quello meschino dell’egoismo, che in realtà non si era mai spento.

Gli italiani, e con loro i polacchi, gli austriaci, gli inglesi, i cechi, i baltici, tanti francesi e tedeschi e, di là dell’oceano, tanti americani, hanno paura: con la crisi economica che ha ridotto il loro tenore di vita sono svanite le loro certezze; si sentono circondati e invasi, sono sospettosi e diffidenti. Lo straniero per loro è di nuovo nemico, per definizione; l’immigrato è ritenuto di sicuro un clandestino, il musulmano un terrorista e se è maschio è uno stupratore. Per lo più, anche se distrattamente, i cittadini del mondo cosiddetto “civile” si dicono cristiani ma non vogliono saperne di concetti come “solidarietà”, “comprensione”, “generosità”, “accoglienza”. I pochi che li invocano si sentono rispondere “portateli a casa tua, prima noi, basta col buonismo”. In un paradossale rovesciamento di valori, chi invoca la tolleranza, la ragionevolezza e la fratellanza umana è indicato come nemico mentre chi rivendica l’egoismo, sparge pregiudizio ed esalta l’ignoranza è applaudito e osannato.

Le conseguenze di questa regressione ci cadranno inevitabilmente sul capo. Non so quanti, in quel momento, capiranno di aver sbagliato: pochi, probabilmente, perché il facile pregiudizio, che oramai ha sostituito la fatica della cultura, continuerà a dire ai più, probabilmente, che è giusto essere così; e guardando bruciare la casa, dimenticando la torcia che hanno in mano, grideranno che la colpa è di qualcuno che aveva acceso una lampadina.

Giuseppe Riccardo Festa

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