POI NON DITE CHE NON VI AVEVO AVVISATI!

Berlusconi, probabile futuro presidente del Senato (se non lui, la mummia che appare in TV), dopo essersi vantato di aver ottenuto lui i fondi del PNRR dall’Europa, promette la cosiddetta “flat tax” entro i primi cento giorni del futuro governo di destra confermando così, oltre che di essere in stato confusionale, anche – sospetto già diffuso tra i suoi non estimatori – di non conoscere la Carta costituzionale, sulla quale ha più volte inutilmente giurato. La Carta costituzionale, infatti, all’Art. 53 recita testualmente: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

“Progressività” significa che la percentuale delle imposte dirette, in base a un elementare principio di giustizia sociale, deve aumentare con l’aumentare del reddito percepito. Significa anche che le imposte indirette, che invece colpiscono indiscriminatamente nella stessa misura sia i ricchi che i poveri, dovrebbero essere quanto più possibile basse.

Questo significa che, se pure questa fantomatica “flat tax” sarà instaurata, ciò non potrà avvenire prima di una modifica costituzionale che, quand’anche (come è probabile) la destra dovesse stravincere le prossime elezioni e disporre dei due terzi dei seggi parlamentari, comunque non potrà aver luogo prima di almeno un anno dall’insediamento delle nuove Camere.

Ma si sa come è fatto Berlusconi: promettere è facile, nessuno lo sa meglio di lui che sulle promesse ha fondato la sua carriera politica e ancora prospera e ingrassa, visto che le sue TV vivono di pubblicità: tra Poltrone&Sofà e i suoi fantomatici sconti, Vodafone e la sua felicità telefonica, Amazon e la sua improbabile filantropia, la Chiesa cattolica e il suo assillo per l’otto per mille, ci sta bene anche, col ponte di Messina e la piantumazione di alberi, una promessa di meno tasse per tutti.

“Meno tasse per tutti”, in realtà, significa meno tasse per chi, le tasse, già non le paga perché le evade alla grande: è emblematico l’episodio di quel milione di euro in contanti, frutto evidente di evasione fiscale, nascosto in una fotocopiatrice e finito in coriandoli a Vicenza: il distratto imprenditore che aveva nascosto il malloppo là dentro (e si è ben guardato, poi, dal farsi avanti) se n’era dimenticato quando ha mandato la macchina allo smaltimento rifiuti.

Questa della “flat tax” è una fissa che assilla anche Salvini, mentre sull’argomento Giorgia Meloni è meno loquace.

È comunque antropologicamente interessante, e curioso, che questa promessa, invece di farli infuriare, incanti così tanti italiani prenditori di basso reddito.

Salvini si dice convinto che, abbassando l’Irpef al 15%, miracolosamente gli evasori smetteranno di evadere, e così tutti saranno felici. Uno si ricorda dei famosi 49 milioni e pensa: se lo dice lui, che di soldi spariti ne sa qualcosa, evidentemente qualcosa di vero ci sarà. Io però ho i miei dubbi: a chi guadagna un milione, ed ha modo di nasconderlo (vedi fotocopiatrice di Vicenza), scoccia pagare al fisco anche un solo euro, e dunque l’evasione tributaria continuerà a imperversare.

E allora cosa faranno i nostri eroi per sopperire ai mancati introiti fiscali? Facile: ricorreranno a un aumento smodato del debito pubblico e aumenteranno le imposte indirette, ossia IVA, dazi, accise (quelle che Salvini non ha abolito quando è andato al governo) e bolli: così aumenteranno i prezzi ma il governo continuerà a vantarsi di aver ridotto le tasse per tutti, mentre in realtà le avrà ridotte per i ricchi, ai quali poco importa se pane, olio, vino, benzina, abbigliamento eccetera costano di più, rifilando invece ai poveri un bel cetriolo, non dico dove ma lo capite da soli.

Ma agli italiani percettori di basso reddito, a quanto pare, va bene così, e contenti loro contenti tutti: ne hanno piene le tasche, gli italiani percettori di basso reddito, di chi li ha governati così-così negli ultimi anni e, convinti che si sia trattato di governi di sinistra, hanno deciso di non andare a votare o di buttarsi a destra (che poi è la stessa cosa), tornando a fidarsi di Berlusconi, della Lega (oggi salviniana) e dei nostalgici del Ventennio (già finiani e ora meloniani): insomma, gli italiani percettori di basso reddito, come gli ormai proverbiali capponi di Renzo di manzoniana memoria, hanno deciso che, visto che si sta male, è necessario stare peggio: e Berlusconi, Meloni e Salvini, in questo senso, viste le passate esperienze, sono una sicura garanzia.

Beninteso, non passerà molto tempo prima che – con lo spread alle stelle, l’impennata del debito pubblico, il crollo della credibilità internazionale, i fondi del PNRR ancora da ricevere che non arriveranno e le tasche vuote – quegli stessi italiani comincino a protestare, a lamentarsi, a dire peste e corna dei loro attuali beniamini: è un film già visto tante di quelle volte da essere più noioso della vita di Sissi, l’insopportabile film sull’imperatrice d’Austria, che la RAI ci propina ogni due per tre.

Dite che sono troppo catastrofista? Dite che sono fazioso?

Beh, fatevi un nodo al fazzoletto: fra un paio d’anni ne riparleremo.

Giuseppe Riccardo Festa

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