Perfetti Sconosciuti

L’altra sera mi sono imbattuta nell’ultimo film di Paolo Genovese, Perfetti Sconosciuti. Per chi non l’abbia ancora visto, parla di quanto siano tristemente ancorati alla tecnologia i nostri sentimenti, di quanto sia inconsciamente legata alla tecnologia la nostra vita.

Sette amici, tra cui tre coppie coniugate, si ritrovano a cena insieme a riflettere sugli anni che passano, sui loro rispettivi sentimenti e sulla sincerità e stabilità dei loro matrimoni. Ognuno di loro era seriamente convinto di aver costruito relazioni basati sull’estrema fiducia reciproca e, per darne prova, decidono di fare un gioco: mettere i rispettivi telefonini sul tavolo e, qualunque telefonata e/o messaggio ricevuto da ognuno dei commensali doveva essere rivelato pubblicamente. Vi lascio immaginare il finale, non voglio svelare nulla che possa spezzare la vostra curiosità nel caso vorrete guardarlo in futuro; ciò che posso dire è che è un film che affronta tante tematiche attuali come, ad esempio, l’importanza di un dialogo fra genitori e figli, la paura della solitudine, il nostro essere schiavi della tecnologia, l’omofobia.

Viviamo in un mondo in cui ogni emozione, ogni tappa importante della nostra vita, ogni traguardo raggiunto, ogni delusione è destinata alla pubblica rivelazione; la tecnologia che oggi abbiamo a disposizione è sicuramente uno strumento importantissimo che facilita le relazioni, gli scambi, le conoscenze, i contatti. La tecnologia è l’arma più potente che abbiamo per “viaggiare da casa”, per conoscere e scoprire le cose più impensabili comodamente seduti dalla poltrona di casa nostra; annulla le distanze, azzera i costi, abbrevia i tempi.

La tecnologia, però, rappresenta anche un circolo vizioso; non telefoniamo più perché con whatsapp tanto “ci sentiamo ogni giorno” dimenticandoci la bellezza di un tono di voce o di una risata;  non abbiamo più un album cartaceo dei momenti più belli della nostra vita, uno di quegli album che sfogli nelle fredde giornate invernali davanti al camino ricordando con nostalgia il passato .. le foto, oggi, vanno caricate su Facebook, vanno memorizzate su un cd (che inevitabilmente si perderà in qualche angolo della casa). La tecnologia annulla le distanze fisiche fra soggetti residenti lontani gli uni dagli altri, ma paradossalmente aumenta la distanza mentale fra le famiglie; quando avevo sette anni avevo il mio bellissimo tamagotchi che suonava nel momento in cui il mio cagnolino virtuale aveva fame, quei pochi minuti erano il massimo dell’evasione tecnologica che negli anni ’90 era concessa. Oggi a sette anni si ha un profilo Facebook, si hanno dei followers; a otto anni viene regalato il primo telefonino di “prova” che “poi quando cresci, ti regalo quello che vuoi tu”.. e quindi, così, quasi senza rendersene conto, a dieci anni si possiede un I-Phone e si matura un’autostima smisurata e, a mio avviso, deleteria per quest’età.

C’è un libro bellissimo di Michele Serra, che ho letto qualche anno fa, che si intitola “Gli Sdraiati” in cui viene raccontato il silenzio dei padri di fronte ai figli stesi sul divano; nel libro si parla dei ragazzi di oggi raccontati fra humor, senso di impotenza e tenerezza. Non esiste più un conflitto fra giovani e vecchi, non ci sono ideologie né rabbia né lotta o rivolta; ci sono figli apatici e genitori tristemente impotenti. Freud, dava ai genitori due notizie: una cattiva e una buona; quella cattiva è che il mestiere del genitore è un mestiere impossibile; quella buona?! I migliori sono consapevoli di questa impossibilità.

Serra, nel suo libro, descrive suo figlio così:

“Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole. Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo smartphone. La sinistra, semi – inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale del divano e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un wurstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffie, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi anche ascoltando musica.

Devo essere rimasto lì a guardarti un minuto buono.Cercando un capo e una coda in quel groviglio iperconnesso. A un certo punto, ti sei accorto della mia presenza. Non ti sei voltato,hai mantenuto occhi e orecchie sui tuoi terminali e hai continuato a digitare. Mi hai detto: “E’ l’evoluzione della specie.” Penso che tu avessi ragione. Di quale specie, però, al momento attuale ancora non abbiamo contezza.

La cosa pazzesca è che nella verifica di chimica hai preso sette. Il voto perfetto, secondo me. Sei è risicato, otto è da secchione.”

Ora ditemi che, leggendo queste parole, non riconoscete qui i vostri figli o i vostri nipoti. Eccoli, i figli di oggi; quelli che preferiscono la televisione allo spettacolo della natura, che non amano le bandiere dell’Ideale ma che vivono anarchicamente nel loro piacere autistico in un mondo in cui “ tutto rimane acceso, niente spento, tutto aperto, niente chiuso, tutto iniziato, niente concluso.” Ritornando per un attimo al film, un’altra tematica affrontata è quella dell’inesistente dialogo, ormai, fra genitori e figli; nel film, in particolare, viene raccontata la storia di una diciassettenne che ha una madre analista con cui, paradossalmente, non riesce a dialogare ed un padre che diventa il suo punto fermo. La verità è che oggi, genitori e figli, difficilmente si riconoscono, come un tempo, negli stessi valori, negli stessi ideali. Com’è possibile questo? Serra, scrive:

“Siete arrivati in un mondo che ha già esaurito ogni esperienza, digerito ogni cibo, cantato ogni canzone, letto e scritto ogni libro, combattuto ogni guerra, compiuto ogni viaggio,arredato ogni casa, inventato e poi smontato ogni idea.. e, pretendere, in questo mondo usato, di sentirvi esclamare “che bello!”, di vedervi proseguire entusiasti lungo strade già consumate da milioni di passi, questo no, non ce lo volete – potete, dovete – concedere. Il poco che riuscite a rubare in un mondo già saccheggiato, ve lo tenete stretto. Non ce lo dite “questo mi piace”, per paura che sia già piaciuto anche a noi. Che vi venga rubato anche quello.”

Sono cambiati i tempi, si annullano le distanze ma si perdono tanti valori. Quando esclamiamo frasi del tipo “si stava meglio quando si stava peggio” ci si riferisce proprio a questo; quanto nella povertà materiale di un tempo ci fosse di immensamente prestigioso. Serra, sottolineando tale differenza generazionale, conclude:

“Dalla vita degli adulti – e ben più dalle loro parole, da come vivevano, cosa facevano, che odore avevano i loro vestiti, i loro mobili, le loro case – mi lasciavo penetrare ogni giorno, perché provarne disgusto o dispiacere era ciò che mi formava, che mi svelava a me stesso. Non ero né più docile né più sensibile né più intelligente di te. Ma appartenevo a un’epoca – l’ultima? – nella quale il conflitto fra giovani e vecchi avveniva sul medesimo campo di battaglia. Ora ho il sentore – il sospetto? Il terrore? – di una mutazione così radicale che, difficilmente, un giorno, potremmo riconoscerci, tu e io, nello stesso piacere. Non so cosa darei per potermi sedere con te, in un momento qualunque della nostra vita, davanti allo stesso paesaggio, e condividerne il silenzio, la forma e l’ordine. So che non hai la stessa ansia. Non è con me, ovviamente, che vuoi condividere il paesaggio [..]. E mi chiedo: nascosto dietro al tuo muro, e guardandoti bene dal farmelo capire, tu cogli almeno qualcosa, della mia vita? Ma poi: come farti capire che non è la mia vita, ma è la vita degli uomini quella della quale io sono un cosi impacciato testimone?”

Michele Serra, Gli Sdraiati, Feltrinelli (2013)

Paolo Genovese, Perfetti Sconosciuti (2016)

Elisa Agazio.

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