■Antonio Loiacono
Le mani, prima di tutto. Non il premio. Non il palco. Le mani!
A Casa Sanremo le luci sono nette, quasi impietose. Ma quando pronunciano il nome di Pietro Tangari l’immagine che resta non è la scenografia. È il gesto antico di chi ha passato trent’anni a impastare. Polsi bassi, pressione controllata, rotazione breve. Tecnica che non si improvvisa.
Il riconoscimento di “Miglior Pizzaiolo di Sanremo 2026”, consegnato nell’ambito delle iniziative collaterali al Festival di Sanremo, non ha il sapore dell’episodio fortunato. È un premio attribuito dai colleghi. E nel lessico silenzioso dei laboratori, dei forni accesi all’alba, la stima dei pari pesa più di una medaglia luccicante.
Tangari, titolare di Pedro’s a Cariati ma con radici che affondano nel vicino comune di Terravecchia, non è figlio della stagione dei riflettori. La sua traiettoria parte dalla manualità pura e si allarga, con prudenza, verso una visione imprenditoriale che non tradisce l’origine. Trent’anni di attività significano attraversare stagioni diverse: la pizza veloce degli anni Novanta, l’ossessione recente per le lunghe maturazioni, la riscoperta delle farine meno raffinate, il ritorno al prodotto identitario.
E allora viene naturale chiederselo: se fosse una canzone, che canzone sarebbe Pedro’s?
Non sarebbe un tormentone estivo. Nemmeno una ballata malinconica. Sarebbe piuttosto un brano costruito su un’introduzione lenta, quasi sommessa — come un impasto che riposa — e poi un crescendo misurato, senza strappi, dove ogni strumento entra al momento giusto. Batteria leggera ma costante: la disciplina quotidiana. Basso profondo: le radici, Terravecchia, la provincia che non rinnega se stessa. Chitarra che si apre nel ritornello: l’ambizione di portare Cariati oltre i confini consueti.
Una canzone che non punta tutto sull’acuto finale, ma sulla coerenza dell’insieme.
«Quest’anno il mio arrivo a Casa Sanremo è stato davvero emozionante», ha detto Tangari. Parla di emozione, sì. Ma insiste su un’altra parola: riconoscimento. «Ricevere una stima così sincera rappresenta una gioia immensa». Non è la retorica della vittoria. È il valore del percorso.
Chi frequenta Pedro’s sa che la cifra non è l’eccesso creativo fine a sé stesso. Gli impasti lavorano su idratazioni calibrate, maturazioni studiate per garantire leggerezza senza svuotare di struttura. La cottura mantiene equilibrio tra alveolatura e croccantezza periferica. Non c’è bisogno di effetti speciali quando la tecnica regge.
Il premio porta il nome di Cariati su un palcoscenico nazionale. Ma la questione, a ben guardare, è più sottile. In territori spesso raccontati per sottrazione, la gastronomia diventa linguaggio. Non un manifesto, piuttosto un racconto commestibile. Ogni ingrediente locale scelto con criterio è una frase. Ogni collaborazione con i produttori del territorio è una strofa che si aggiunge.
Tangari lo ripete senza enfasi: «Abbiamo il dovere di far conoscere le nostre eccellenze e portarle fuori dai confini regionali». È una dichiarazione che suona semplice. In realtà implica formazione continua, investimenti, rischio.
Pedro’s è cresciuto così. Non per accelerazioni improvvise, ma per accumulo di credibilità. Innovazione senza rinnegare la tradizione, apertura al confronto, attenzione alla filiera. Una costruzione lenta, come certe canzoni che non dominano le classifiche al primo ascolto ma restano negli anni.
E forse è proprio questa la metafora più fedele. Pedro’s non è una hit stagionale. È un brano che continua a essere suonato, sera dopo sera, forno dopo forno.
Il titolo di Miglior Pizzaiolo di Sanremo 2026 è una tappa. Un ritornello importante, certo. Ma la musica — quella vera — riparte ogni giorno, quando le mani tornano a cercare la giusta consistenza dell’impasto.
Il resto lo decide il pubblico. E il tempo, che è sempre il critico più severo!
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