“NEL NOME DEL PANE” DI LUIGI A. CHIARELLO: A PALAZZO MADRE ISABELLA DE ROSIS DI ROSSANO LA PRESENTAZIONE

Un antico simbolo. Un segreto globale. E una verità che potrebbe riscrivere tutto ciò che crediamo sul cibo!

Luigi A. Chiarello

Antonio Loiacono

C’è un momento preciso in cui un oggetto smette di essere solo ciò che è. Il pane, per esempio, smette di essere pane quando lo guardi abbastanza a lungo da intravedere tutto ciò che contiene: storia, economia, religione, memoria, controllo. È da questo slittamento percettivo che nasce “Nel nome del pane” di Luigi A. Chiarello, un romanzo che non si limita a raccontare, ma trasforma il gesto più quotidiano — nutrirsi — in una lente attraverso cui osservare il mondo.

Non è un thriller nel senso classico. È qualcosa di più ambiguo, stratificato: un’indagine che scorre sotto la pelle della realtà. Il mistero non riguarda solo gli eventi, ma ciò che plasma desideri, bisogni e convinzioni.

Ci sono eventi che informano. E poi ci sono quelli che aprono crepe. L’incontro con Luigi A. Chiarello appartiene alla seconda categoria.

Venerdì 17 aprile 2026, alle ore 17:30, il Palazzo Madre Isabella De Rosis, nel cuore del centro storico di Rossano, diventerà più di una sede istituzionale: una soglia. Non la attraversi solo fisicamente, ma con lo sguardo e con una certa disponibilità a essere spostato, anche di poco, dentro.

L’iniziativa, promossa dalla consociatio Rossanensis “Amici del Liceo Classico San Nilo”, supera la dimensione della semplice presentazione editoriale. Qui la cultura non si espone: si attiva.

A guidare il dialogo sarà la giornalista Anna Russo, mentre i saluti dell’Avv. Dora Mauro, presidente dell’associazione, e del Dott. Alfonso Perna, dirigente scolastico, costruiscono un ponte tra scuola e contemporaneità.

Gli interventi del Prof. Francesco Filareto, della Prof.ssa Mariagiusy Cirelli e dell’autore aggiungono profondità, ma il passaggio più vivo resta il confronto con gli studenti del Liceo Classico San Nilo. È lì che il libro smette di essere oggetto e diventa esperienza.

Definire “Nel nome del pane” un thriller è una scorciatoia. Il giallo qui è un’impalcatura: serve a sostenere qualcosa di più complesso.

Al centro non c’è il crimine, ma il sistema invisibile che regola il cibo. La tensione narrativa diventa uno strumento per attraversare algoritmi, mercati globali, costruzione del consenso, narrazioni ideologiche.

Il lettore entra aspettandosi una storia e si ritrova dentro una mappa. Non indica luoghi, ma relazioni. Connessioni. Influenze.

E a un certo punto accade qualcosa di sottile: il quotidiano perde innocenza.

Nel romanzo, il cibo non è neutro. È informazione compressa. Politica resa commestibile. Cultura che attraversa il corpo.

Mangiare diventa un atto stratificato: biologico, economico, simbolico. Ogni scelta è una traiettoria tra ciò che desideriamo e ciò che siamo stati portati a desiderare.

Non c’è accusa esplicita, né moralismo. Solo una sensazione crescente: dietro l’apparente semplicità si muove una struttura.

Il cibo diventa linguaggio. E come ogni linguaggio, può comunicare… o orientare.

Il pane è il centro silenzioso del romanzo. Non perché occupi più spazio, ma perché tiene insieme tutto.

Simbolo religioso, memoria collettiva, gesto quotidiano: sopravvivenza e identità. Ma qui diventa anche una chiave.

Chiarello lo usa come si usa una parola antica in una lingua nuova: ne conserva il peso, cambiandone il contesto. Così il pane perde la sua innocenza. Diventa ambiguo, denso.

Non offre risposte. Apre varchi.

La Valle d’Aosta e le Alpi non sono scenografia, ma struttura mentale.

La montagna rallenta il tempo e, così facendo, costringe a vedere meglio. Ogni dettaglio si carica di senso, ogni silenzio diventa segnale.

Il paesaggio non accompagna: filtra, distorce, amplifica.

È come se il romanzo respirasse a un’altra quota. E il lettore, per seguirlo, dovesse adattarsi.

Campanese di Campana (CS), juventino, giornalista, caposervizio di ItaliaOggi, esperto di agroalimentare ed economia, Accademico dei Georgofili: Chiarello porta nella narrativa una precisione rara.

Non trasferisce semplicemente dati nella fiction. Li trasforma, li mette sotto pressione, li attraversa con una domanda più ampia: cosa accade quando la realtà viene raccontata senza semplificazioni?

Ne nasce una scrittura che osserva e inquieta. Che informa e destabilizza.

Nel mondo del romanzo — e in quello reale — il cibo è anche narrazione.

Le diete diventano identità. I prodotti, ideologie. Il marketing non vende soltanto: costruisce significati.

Gli algoritmi non decidono al posto nostro, ma imparano abbastanza da suggerire esattamente ciò che siamo più inclini a scegliere.

È un potere morbido. Invisibile. E proprio per questo efficace.

Accanto a tutto questo, il libro si muove anche su un piano simbolico.

Arte, religione, architettura diventano indizi. Non decorazioni, ma nodi di senso. Dal passato emergono tracce che dialogano con il presente.

Il mistero non è solo nella trama, ma nelle connessioni.

Questo non è un libro da leggere distrattamente. Richiede tempo, attenzione, presenza.

Non accompagna: coinvolge. Non spiega: espone.

Alla fine resta una domanda, semplice nella forma ma complessa nelle implicazioni: chi controlla il cibo controlla il mondo?

Forse non esiste una risposta unica. Ma una cosa si chiarisce: il cibo non è mai solo cibo.

Ed è lì che il romanzo smette di essere una storia… e comincia a diventare uno specchio.

 

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