■Antonio Loiacono
Con 153 voti favorevoli e 110 contrari, la Camera dei Deputati ha approvato, poche ore fa, il disegno di legge n* 2126 per la promozione e il riconoscimento delle zone montane. Il testo, che definisce un nuovo quadro normativo e assegna al Governo deleghe ampie per il riordino delle agevolazioni fiscali e amministrative ai comuni montani, rappresenta uno dei primi tentativi organici di rilancio della montagna italiana dagli anni ’90. Eppure, il provvedimento divide!
Le opposizioni – dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, passando per Alleanza Verdi-Sinistra – hanno votato contro. Non perché siano contrari a investire sulla montagna, ma perché ritengono il disegno di legge lacunoso, sbilanciato e troppo accentrato. Le loro critiche pongono interrogativi di fondo su come lo Stato intenda intervenire in territori storicamente fragili e marginalizzati.
Il cuore del provvedimento è rappresentato dai 200 milioni di euro l’anno destinati alle politiche per la montagna nel triennio 2025-2027. Risorse che verranno canalizzate su sanità (40 milioni), istruzione (20 milioni), mobilità, turismo, servizi digitali e agricoltura. Ma secondo molte forze politiche, queste cifre – per quanto significative – non risolvono la questione strutturale della marginalità montana, e rischiano di tradursi in interventi a pioggia o di corto respiro.
La vera critica è che il Ddl non disegna una visione integrata: non c’è un’idea di montagna come laboratorio di innovazione ambientale, sociale o produttiva. Piuttosto, si finanziano settori frammentati senza una regia locale forte. E questo porta al nodo più delicato.
Il disegno di legge prevede una delegazione ampia al Governo per ridefinire le agevolazioni esistenti. Ma le opposizioni segnalano che la delega non prevede limiti precisi né una roadmap chiara: si teme che possa tradursi in un riordino opaco, che taglia o riduce benefici senza reale confronto istituzionale. Il Parlamento, secondo i critici, è relegato a un ruolo marginale su un tema che tocca migliaia di comuni, imprese agricole e famiglie.
Altro punto controverso è la nuova classificazione dei territori montani, che andrà a sostituire quella definita dalla legge 97 del 1994. La riforma prevede che i comuni siano valutati solo sulla base di altimetria e pendenza, eliminando altri criteri come l’isolamento geografico o la difficoltà di accesso.
Molti temono che questo sistema escluda territori che pur vivendo le fragilità tipiche della montagna non superano i parametri tecnici. Il rischio? Creare una montagna “di serie A” e una “di serie B”, con ricadute negative su servizi e incentivi.
Il testo affida alla Strategia nazionale per la montagna italiana (Smi), redatta dal Ministro per gli Affari regionali in accordo con la Conferenza Unificata, il compito di tracciare le priorità triennali. Ma qui sorge un altro problema: la partecipazione dei territori.
Comuni, unioni montane, enti locali e associazioni di comunità non sembrano avere un ruolo strutturato nella governance del piano. L’impressione è che si tratti di una strategia decisa dall’alto, quando la montagna, per sua natura, richiede governance diffusa, ascolto e autonomia di iniziativa.
La montagna è da anni il simbolo delle contraddizioni italiane: ricca di potenziale, abbandonata nella gestione! Questo Ddl prova a rimetterla al centro dell’agenda, ma secondo le opposizioni lo fa senza coraggio e senza ascolto. Le risorse stanziate, pur importanti, rischiano di diventare palliativi se non si accompagna l’intervento economico a una visione politica chiara, capace di trasformare i territori montani in luoghi di sperimentazione sociale, energetica, agricola e demografica.
In attesa della terza lettura in Senato, restano aperti i nodi: chi decide per la montagna? Chi la rappresenta? E soprattutto: si tratta di una legge per chi la montagna la vive, o per chi la guarda da lontano?
Se il Governo vuole davvero fare della montagna una priorità, dovrà affiancare alla tecnica una visione, e alla centralità dei numeri, la centralità delle persone.
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