Messaggio per la Santa Pasqua da Mons. Giuseppe Satriano

A braccia aperte…

 per una

Pasqua di Risurrezione

 

“Certo Egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita.

Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte.

Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.”  

                   Da un’antica “Omelia sul Sabato Santo”.              

 

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

la gioia del Signore sia la vostra forza.

 

Questo augurio raggiunga il cuore di tutti, in particolare dei più schiacciati dalle difficoltà dell’esistenza. Penso ai nostri fratelli in carcere e ai nostri ammalati, a quanti subiscono la precarietà del lavoro e a quanti vivono le mille peripezie della vita.

 

Dopo il cammino quaresimale, vissuto all’insegna della misericordia del Signore,  la Pasqua del Signore ci trovi pronti a lasciarci avvolgere dal fermento della Resurrezione.

 

L’immagine scelta della discesa agli inferi è bella e significativa per il cammino pasquale che si apre per tutti noi.

Sulla croce, rendendo lo Spirito al Padre, nel momento della morte, in atto di totale affidamento, senza nulla trattenere, Cristo diviene “peccato”, per realizzarne la sconfitta e oltrepassare la morte.

Lui il Figlio di Dio, il Verbo incarnato,  avvolto dalle nostre colpe, raggiunge l’estremo opposto da Dio, coprendo l’infinito abisso che separa il peccatore dall’amore del Padre.

Lui, che è la vita, accetta la morte e discende agli inferi, in cerca della pecorella perduta (Adamo ed Eva), in cerca del peccatore di ieri, di oggi e di sempre.

Mostrando le sue ferite e protendendo se stesso, accoglie la storia lacerata e ferita dell’umanità, proiettandola verso le braccia aperte del Padre.

 

Lo Spirito consegnato al Padre gli viene ridonato e nella potenza dell’Amore la morte viene sconfitta. In Cristo risorto, tutta l’umanità risorge e viene liberata dal peccato.

 

Niente potrà più separarci dall’Amore di Dio: “noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” – possiamo affermare con San Paolo – “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze,  né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.”   (Rom, 8, 37b-39)

 

Che meraviglia! Che stupore!

L’Amore di Dio, in Cristo Gesù, spalanca le porte della vita, ci rapisce al sepolcro e ci introduce nella festa dei figli amati dal Padre. Nessuno è escluso e tutti, aprendo il cuore, lasciandosi trovare e amare, possono prendere parte alla grande gioia.

 

Radicati in questa certezza, il mistero pasquale divenga per ciascuno momento di rinascita alla speranza, vita nuova donata per spalancare anche noi le braccia verso Dio e i fratelli.

 

Viviamo la Pasqua a braccia aperte e non a pugni stretti!

 

Quante volte interpretiamo la vita tenendo i pugni stretti o incrociando le braccia.

  • È più facile tenere i pugni stretti preservando se stessi, lasciandosi vincere dalla paura del nuovo, che aprire le braccia, le mani e il cuore per vivere nella fiducia di un incontro.
  • È più facile trattenere la vita che lasciarla andare ritenendo che sia più sicuro aggrapparsi alle proprie povere certezze, al proprio passato, talvolta doloroso, che confidare in un nuovo futuro.
  • È più facile sentirsi rassicurati da ciò che si conosce che accogliere il “non temere” a sciogliere le vele dell’esistenza, verso l’inedito di Dio.
  • È più facile essere padroni del proprio destino che lasciarsi prendere per mano e accogliere le sorprese che Dio semina nelle nostre vite.

 

È qui la sfida della Pasqua che Gesù indica alla Maddalena: “Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”.   Gv. 20,17

 

Solo spalancando le nostre braccia all’incontro con Lui e con il fratello troveremo la pienezza del vivere, non imprigionando la vita.

 

Penso di suggerire alla nostra riflessione due gradini importanti per giungere a sperimentare un’autentica Pasqua di risurrezione.

Due aspetti della vita credente, in crisi ai nostri giorni, che ci aiutano nel cammino di conformazione a Cristo morto e risorto: la preghiera e il servizio.

Don Tonino Bello, pastore innamorato di Dio e del suo popolo, ci esorterebbe ad “essere contempl-attivi”.

 

Pregare a mani aperte, a mani nude.

Nell’indicare questo atteggiamento faccio riferimento alla capacità che abbiamo di metterci dinanzi a Dio accogliendo la vita con disponibilità, come un dono e non come un possesso da difendere. Questo ci aiuta a guardare il mondo con amore, penetrandone il significato più vero e ci sostiene in un cammino di rinascita.

 

Pregare a mani nude è fare il cammino contrario di Adamo: invece di trovare facili rifugi e alibi con cui travestirsi, pregare diviene abbandono a Colui che ci cerca e ci invita a indossare l’abito dei figli amati.

 

Da questo incontro nasce la capacità di scorgere nuovi sentieri, nuovi orizzonti a cui orientare il proprio vivere. La preghiera diviene allora respiro di libertà e la nostra vita testimonianza di una presenza viva, non sempre accolta perché scomoda alla logica del mondo, spesso rintanato in un individualismo esasperante.

Dio diventa la nostra vita e la nostra esistenza, annuncio di risurrezione, di liberazione, di consolazione.

E’ in questo tipo di preghiera che l’azione del Risorto si fa strada e apre alla compassione, all’incontro con l’altro.

 

Servizio a braccia aperte, con compassione evangelica.

Chi nella preghiera fa esperienza del tocco dell’Amore e legge la storia, il mondo, con gli occhi del Risorto non può non protendersi verso gli altri con compassione, non può non farsi carico dell’altro avendone cura.

 

La COMPASSIONE nel Vangelo non è intesa nella sua accezione pietistica ma nell’intensa forza che esprime.

 

Compassione è:

 

  • il sentirsi muovere dall’Amore le viscere verso l’altro: un amore che viene dalle profondità del nostro essere e non da semplici pulsioni emotive o razionali.
  • avvertire l’altro nella stessa luce, nello stesso Amore del Padre, fratello in cammino con te.
  • vivere l’amore per qualcuno in maniera quasi generativa, sentendone l’appartenenza, avvertendone il legame profondo che a lui unisce.
  • prendersi cura per portare “ai poveri il lieto annuncio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.                 (Lc.4,18b-19)

 

Meraviglioso! Come meravigliose sono le parole di Papa Francesco pronunziate nell’Evangelii Gaudium quando afferma che il guardare a Gesù, morto e risorto, “impedisce di conservare il minimo dubbio circa l’amore senza limiti che nobilita ogni essere umano.

La sua redenzione ha un significato sociale perché Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini. (EG 178)

 

Se il primo gesto del Cristo risorto fu protendere le braccia verso i più poveri della storia, schiavi del peccato, che giacevano negl’inferi: Adamo ed Eva; anche per noi, redenti dalla Pasqua, c’è un appello a vivere a braccia aperte, con tutto il cuore, le nostre relazioni e l’attenzione per l’altro.

Il Cristo risorto, buon samaritano della storia, chiede a ciascuno di diventare locanda ospitale, prossimità viva, per chi attende di essere curato, guarito e consolato.

Ricchi della gioia della Risurrezione apriamo le porte del cuore e precipitiamoci “fuori” dai nostri asfittici e angusti rifugi, alla ricerca di quanti bussano alle porte della storia senza dignità, feriti dentro e calpestati dall’indifferenza di tanti.

 

Auguri, miei cari, la gioia del Signore risorto sia davvero la nostra forza. Buona Pasqua a tutti!

 

 

 

Il vostro Vescovo

+ don Giuseppe

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