■Antonio Loiacono
La morte di Mauro Santoro lascia un vuoto profondo nella comunità di Terravecchia e nell’intero territorio ionico. Amministratore per tre mandati consecutivi, autore di importanti studi storici e protagonista della vita pubblica, ha trasformato la memoria collettiva in un bene da custodire e tramandare.
La morte non è il primo nemico di una comunità: il primo è l’oblio!
Arriva lentamente. Cancella un documento, disperde una fotografia, porta via un testimone. Alla fine non scompare soltanto una persona: scompare la memoria di ciò che un popolo è stato.
Mauro Santoro aveva scelto la sua battaglia molti anni fa e l’ha combattuta con l’arma più difficile: la conoscenza.
La sua scomparsa non rappresenta soltanto il lutto di una famiglia o di un paese. È una perdita che attraversa tutto il Basso Ionio cosentino. Per decenni Mauro Santoro è stato una delle coscienze civili di questo territorio, convinto che una comunità senza memoria finisca, prima o poi, per perdere anche il senso del proprio futuro.
Per quindici anni, in tre mandati consecutivi, ha guidato Terravecchia da sindaco. Lo ha fatto con l’idea che amministrare significasse costruire opportunità, difendere i servizi, tenere unita una comunità. Anche dopo la conclusione del suo mandato non ha mai smesso di partecipare al dibattito pubblico, continuando a offrire idee, esperienza e passione civile sulle grandi questioni del territorio, dalla sicurezza della Statale 106 alla sanità, dallo spopolamento delle aree interne alla necessità di uno sviluppo capace di non lasciare indietro i piccoli comuni.
Eppure sarebbe un errore ricordarlo soltanto come amministratore.
La parte più preziosa della sua eredità non è custodita negli archivi del Comune, è custodita nelle biblioteche.
Ogni suo libro nasceva dalla stessa domanda: cosa accadrà quando non resterà più nessuno a raccontare questa storia?
La risposta Mauro Santoro la cercava negli archivi. Passava giornate intere tra documenti dimenticati, registri consumati dal tempo, carte che molti avrebbero considerato prive di valore. Lui, invece, vi riconosceva il battito di una comunità.
Da quel lavoro paziente sono nate opere che oggi rappresentano un patrimonio culturale per l’intero territorio.
Con Il Principato di Cariati e gli Spinelli suoi feudatari. Note storiche di archivio (1505-1814) ha ricostruito secoli di vicende politiche e sociali. Con Giovanbattista Spinelli, Conte di Cariati e Duca di Castrovillari alla corte dell’imperatore Carlo V ha riportato alla luce una figura capace di collegare la storia della Calabria a quella dell’Europa del Cinquecento.
Con Terra Veterj. La comunità jonica di Terravecchia tra memoria storica e modernità ha restituito identità al suo paese. Con L’autarchia tessile del regime fascista. Il ginestrificio di Cariati (1935-1943) ha illuminato una pagina dimenticata della storia economica locale. Con La Madonna del Carmine che sconfigge il drago. Origine e culto del martedì dopo Pasqua a Terravecchia ha affidato alla carta una tradizione che appartiene all’anima stessa della comunità.
Ogni ricerca era un frammento di tempo sottratto alla dimenticanza.
Ogni pagina era un ponte costruito tra chi c’era e chi sarebbe venuto dopo.
Per questo i suoi libri non appartengono soltanto agli studiosi; appartengono a tutti.
Appartengono al ragazzo che un giorno vorrà sapere da dove viene. All’emigrato che cercherà nelle pagine il paese che ha lasciato. Al ricercatore che proverà a ricostruire una storia. A chiunque comprenderà che un territorio vive davvero soltanto quando conosce le proprie radici.
Oggi rimangono il dolore della moglie Michela, dei suoi figli Umberto e Carlo, dei familiari, degli amici e di quanti hanno condiviso con lui un tratto di vita.
Ma rimane soprattutto ciò che nessuna morte può portare via.
Gli incarichi amministrativi terminano, le delibere finiscono negli archivi, le legislature appartengono alla cronaca.
I libri, invece, appartengono al tempo.
Per questo Terravecchia farebbe bene a custodire per sempre la memoria di Mauro Santoro, dedicandogli un luogo pubblico, una biblioteca, uno spazio della cultura. Non sarebbe soltanto un omaggio a un ex sindaco. Sarebbe il riconoscimento dovuto a un uomo che ha restituito alla propria terra una parte della sua anima.
Il giorno in cui l’ultima persona che lo ha conosciuto non ci sarà più, qualcuno aprirà ancora uno dei suoi libri.
Non leggerà soltanto una ricerca storica: incontrerà Mauro Santoro.
È questo il privilegio di chi dedica la propria vita alla conoscenza: continuare a parlare quando il silenzio sembra avere già vinto.
La morte ha reclamato l’uomo, non ha potuto reclamare la sua voce.
Quella è rimasta tra le pagine che ha scritto.
E ogni volta che una mano le riaprirà, Mauro Santoro tornerà a fare ciò che ha fatto per tutta la vita: impedire alla sua terra di dimenticare sé stessa.
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