“La prima cosa che si nota arrivando alla Marina di Mandatoriccio non è il mare -è l’incipit di una segnalazione che D.D.S. invia al nostro tabloid- È l’attesa. Un tratto di strada che dovrebbe accompagnare, invece trattiene. In contrada Arso, la via che conduce alla stazione ferroviaria — dunque a partenze, arrivi, promesse di movimento — ai presenta così e l’ente competente (il Comune) da tempo sembra aver rinunciato a ogni forma di cura.”
Non è una strada qualunque. È comunale, pienamente comunale. “Eppure da anni — già prima del commissariamento — è rimasta fuori da ogni calendario di manutenzione, come se non appartenesse davvero a nessuno -ironizza D.D.S- L’erba cresce senza opposizione, i rifiuti si accumulano ai margini, l’asfalto si è aperto in più punti lasciando buche che non sorprendono più, ma continuano a essere pericolose. A piedi, in auto. Sempre.”
Qui il problema non è soltanto il degrado materiale, evidente a chiunque passi. È la sensazione più sottile, più corrosiva: quella di essere invisibili. Perché questa strada non serve solo ai residenti. È il primo contatto per chi arriva da fuori, il corridoio d’ingresso di un territorio che dovrebbe accogliere e invece respinge con incuria. Un biglietto da visita spiegazzato, lasciato sul tavolo per troppo tempo.
“Negli anni -continua la comunicazione- la questione è stata sollevata più volte. Quando c’era un’amministrazione eletta, le risposte — quando arrivavano — avevano il sapore della rassegnazione mascherata da ironia. “Chi fa da sé fa per tre”, si sentì dire. Una frase che, tradotta, suona come una resa: arrangiatevi. Come se la manutenzione fosse un favore e non un dovere. Come se i cittadini dovessero trasformarsi in operatori ecologici, mentre altrove il personale comunale restava fermo, dietro scrivanie che nulla hanno a che fare con una strada dissestata. Nemmeno il passaggio al commissariamento ha cambiato le cose. Le segnalazioni, anche formali, anche via email, sono rimaste sospese. Nessuna risposta. Nessun intervento. Un silenzio amministrativo che pesa più di mille giustificazioni.
E poi c’è quel dettaglio che non passa inosservato. Perché mentre contrada Arso continua a sbriciolarsi, altrove — allo scalo — marciapiedi vengono riparati, strade pulite con regolarità, soprattutto in prossimità di abitazioni che non sono estranee alla storia politica recente del paese. Non è una prova, certo. Ma è una coincidenza che parla. E in questi contesti, le coincidenze finiscono sempre per dire più di quanto dovrebbero.”
Il punto, però, va oltre la polemica. Riguarda un’idea di amministrazione, di equità, di presenza. Una strada che porta alla stazione non è periferia: è un nodo. “Trascurarla -prosegue-significa accettare che l’abbandono diventi normalità. Che il degrado si trasformi in paesaggio. Che la vergogna — perché di questo si tratta — venga metabolizzata fino a non far più rumore.”
C’è una domanda che resta sospesa, come la polvere che si alza al passaggio delle auto: quanto tempo può resistere una comunità quando anche le sue vie di accesso vengono lasciate così? Non è solo una questione di asfalto. È una questione di rispetto. E, prima ancora, di responsabilità.
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