L’importanza di essere (vescovo) Cirillo

Le recenti entusiastiche esternazioni del capo della Chiesa ortodossa russa in merito alla giustezza della guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina mi hanno fatto pensare che, nel momento in cui un individuo di nome Cirillo si mette in testa una mitria da vescovo, in quella testa deve scattare una sorta di interruttore e che fatalmente, in conseguenza di quello switch, quella mitria si ritrova ad ergersi sopra una solenne testa gloriosa.

Debbo ammettere che di esempi non ne ho molti: in realtà solo un altro oltre a quello di Kirill, il burbanzoso sodale di Putin, e si tratta del vescovo che governava i cristiani di Alessandria d’Egitto nel lontano IV secolo dopo Cristo: fu lui a sguinzagliare i suoi talebani (chi l’ha detto che i talebani sono tutti musulmani? Ora come allora ce ne sono tantissimi anche cristiani, basti pensare a certi politici italiani nostri contemporanei, tipo Cunial, Giarrusso, Pillon e Adinolfi) contro Ipazia di Alessandria, una delle più eccelse menti del passato, colpevole appunto di essere una mente eccelsa e per giunta una donna: istigati da Cirillo, i fanatici la fecero letteralmente a pezzi per punirla di essere troppo intelligente e di non essere cristiana (imperdonabili colpe peraltro, lo noto en passant, spesso coincidenti).

Ipazia di Alessandria nel ritratto di Raffaello

Una pezza, al crimine di Cirillo, ce la mise Raffaello dipingendo Ipazia fra i grandi filosofi del passato, nel famoso affresco “La scuola di Atene”, in Vaticano; ma resta il fatto che Cirillo è annoverato fra i padri della Chiesa, e questo non depone certo a favore della Chiesa.

Ora arriva Vladimir Michajlovič Gundjaevil in arte vescovo Kirill, versione slava del nome Cirillo (che dunque questo nome emblematico se l’è scelto apposta), che benedice la guerra di Putin definendola di fatto una guerra santa, in quanto destinata a punire modelli di vita fonte di peccato quali quelli occidentali che evidentemente stavano prendendo piede in Ucraina, e tali da provocare eventi contrari alla tradizione cristiana come il “Gay pride”. Infischiandosene di vecchi, donne e bambini, oltre che dei coscritti ventenni russi che stanno morendo durante questa guerra, il patriarca ha scelto la “domenica del perdono” per intonare il suo peana di lode a Putin e alla sua guerra purificatrice.

Il patriarca Filaret

Che poi, a pensarci bene, non è una questione di Cirilli e basta: di prelati e moralisti cattolici, ortodossi, protestanti o che so io, che accolgono benedicenti i cataclismi di origine umana o naturale (guerre, terremoti, inondazioni, pestilenze) non ne sono mai mancati: la voglia di attribuire al loro Dio una furia sterminatrice spunta sempre, non solo nei vescovi Cirillo e Kirill ma anche, tanto per fare qualche esempio, nel “padre” Livio Fanzaga, nell’arcivescovo Viganò o, dulcis in fundo, nell’altro patriarca ortodosso, Filaret di Ucraina, che aveva definito il coronavirus una punizione divina dell’omosessualità, salvo essere poi ricoverato in ospedale dopo essersi infettato di coronavirus.

Evidentemente moralisti e prelati in genere, e quelli ortodossi in particolare, hanno una bizzarra visione del loro amorevole dio, che per punire una condizione che non fa male a nessuno non esita a scatenare la sua ira, alla cieca e ferocemente, contro tutto e tutti.

Do atto a papa Francesco di non avere niente in comune con una visione così aberrante del cristiano “Dio di misericordia”, dispensatore di un libero arbitrio che non esita a punire non appena ci si azzarda a esercitarlo; ma non posso non rilevare quanti, anche nel suo gregge e fra i suoi pastori, non esitano a tirar fuori le zanne e a evocare apocalissi ogni volta che si parla di riconoscere dei diritti a minoranze, vittime da sempre di pregiudizio e di persecuzione.

Insomma, non è solo questione di chiamarsi Cirillo e di essere contemporaneamente vescovo: è questione di chiusura mentale e questo problema affligge le meningi di tanti, ma tanti esponenti di tutti i cleri di tutte le religioni e di molti loro seguaci.

È uno dei motivi per cui, comunque si chiamino, io da questi personaggi, a scanso di equivoci, mi tengo prudentemente, e secondo me anche saggiamente, molto alla larga.

Giuseppe Riccardo Festa

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