LA SCATOLA DI PASTIGLIE SULL’ALTARE!

San Morello, 1939: il viaggio del vescovo Faggiano in un paese senza strada, senza luce… e con una storia che racconta tutta l’umanità di una Chiesa di frontiera

Antonio Loiacono

Ci sono libri che si leggono e poi ci sono libri che, mentre li sfogli, sembrano restituirti delle voci. Voci lontane, impolverate dal tempo, ma ancora vive.

È quello che accade con l’ultima fatica letteraria di Don Gaetano Federico, parroco della concattedrale di Cariati. Il titolo è di quelli che non promettono effetti speciali — “Diocesi di Cariati. Storia, cronotassi dei vescovi, santità (1437-1986)”, edito da Progetto 2000 — eppure dentro quelle pagine si apre un piccolo archivio dell’anima del territorio.

Non lo dico io soltanto. L’Arcivescovo di Rossano lo scrive con parole limpide: sono pagine che “…offrono uno strumento prezioso per quanti desiderano approfondire le radici spirituali e pastorali del nostro territorio…”.

E tra queste pagine, quasi nascosta, ce n’è una che ha il sapore delle piccole rivelazioni.
Di quelle che potresti immaginare in una rubrica enigmistica, tipo Non tutti sanno che….

È il racconto della visita pastorale del vescovo Monsignor Eugenio Faggiano, nel lontano 1939, alla chiesa di San Morello, la frazione del comune di Scala Coeli.

Ora, immaginate la scena.

Un viaggio che oggi definiremmo improbabile: treno fino alla stazione ferroviaria di Campana, poi cavalli. Ore di cammino. Strade che a malapena meritavano quel nome. Polvere, silenzio, fatica. Non così diverso, in fondo, da quello che si compie ancora oggi!

E finalmente San Morello.

Il vescovo arriva e trova un popolo che accorre. Nonostante tutto. Nonostante sia giorno feriale. Nonostante l’isolamento, l’abbandono, la distanza da tutto ciò che nel resto d’Italia già cominciava a chiamarsi “modernità”.

Perché lì — lo scrive lui stesso nei verbali della visita — non c’era nulla.

Niente luce elettrica, niente acqua, nessuna farmacia, nessun medico.

Neppure una strada vera per arrivarci: un paese quasi sospeso.

E poi quel dettaglio, incredibile e umano allo stesso tempo: nel ciborio della chiesa (il ciborio é una struttura architettonica a forma di baldacchino che sovrasta l’altare maggiore nelle chiese, destinata a custodire la pisside con le ostie consacrate) al posto del contenitore sacro che serve a portare l’eucaristia agli infermi, il vescovo trova una scatola in latta di pastiglie Valda!

Sì. Proprio quelle per la gola. Un oggetto banale, quasi comico, se non fosse tragico.

Il parroco — don Peppino Caruso — si giustifica con una frase che attraversa gli anni come una piccola confessione di povertà: “Non avevo altro.”

E dentro quelle tre parole c’è tutto: la miseria, la solitudine di certi preti di frontiera.

La distanza tra le regole della Chiesa e la realtà ruvida dei paesi dimenticati.

Monsignor Faggiano lo rimprovera, certo. Ma poi fa qualcosa di molto più significativo: mette mano al portafoglio, avvia una sottoscrizione per sistemare la chiesa, incoraggia la gente.

Un gesto semplice. Quasi minimo.

Ma se lo guardiamo bene, racconta un mondo intero, perché la storia, quella vera, spesso non passa dai grandi eventi.

Passa da una scatola di pastiglie trovata sull’altare di una chiesa sperduta. Passa da un vescovo stanco che arriva a cavallo; passa da un parroco che dice, senza difendersi troppo: “Non avevo altro.”

E forse è proprio per questo che libri come quello di Don Gaetano Federico sono necessari.

Perché ogni tanto qualcuno deve tornare a sfogliare quei registri, quelle visite pastorali, quelle note scritte con grafie antiche… e ricordarci che anche nei margini della storia — nelle frazioni più dimenticate, nei paesi senza luce né strada — c’è stata vita, fatica, fede e una umanità che merita ancora di essere raccontata!

 

 

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