LA PROVINCIALE FANTASMA DEL BASSO IONIO

Sulla SP260/a restano cantieri, carreggiate strette e dubbi sulla sicurezza. E il trionfalismo istituzionale finisce per cozzare con ciò che si vede lungo il percorso.

Un tratto della Scala Coeli-Terravecchia

Antonio Loiacono

La Provincia parla di piena transitabilità sulla Scala Coeli–Terravecchia, ma tra restringimenti, tornanti critici e autobus impossibilitati a passare, la realtà racconta altro. Una realtà che alcune testate regionali hanno scelto di sorvolare, limitandosi a rilanciare con toni quasi celebrativi le dichiarazioni del presidente della Provincia, Biagio Faragalli, senza interrogarsi troppo sulle condizioni effettive della SP260/a.

C’è un dettaglio, però, che basta da solo a raccontare lo stato reale della provinciale tra Scala Coeli e Terravecchia. Le strisce gialle ancora evidenti ai margini della carreggiata. Segni provvisori. Da cantiere aperto, più che da opera conclusa. Eppure, nelle ultime ore, la SP260/a è stata descritta come finalmente restituita alla piena transitabilità, quasi fosse una vicenda archiviata dopo anni di disagi.

Una narrazione ripresa con sorprendente leggerezza da alcune testate regionali, limitatesi spesso a riportare il comunicato della Provincia senza verificare fino in fondo cosa accada davvero lungo quel tratto di strada. Perché basta attraversarlo una sola volta per capire che la situazione è molto meno lineare di quanto raccontato nei toni celebrativi adottati dal presidente della Provincia, Biagio Faragalli.

La carreggiata continua a restringersi in più punti. In diversi tratti il doppio senso appare più teorico che reale. I tornanti obbligano a manovre lente, quasi innaturali, e quando due auto si incrociano capita ancora che una delle due debba rallentare fino quasi a fermarsi per cercare spazio verso il margine. Scene ordinarie, lontane dall’idea di una viabilità finalmente normalizzata.

Gli autobus, soprattutto. Per oltre mezzo secolo hanno collegato senza particolari difficoltà Scala Coeli e Terravecchia. Oggi, invece, il loro passaggio è inibito dalle condizioni effettive della strada. Ancora più complicato immaginare il transito di mezzi pesanti lungo alcuni tornanti che continuano a mostrare tutti i limiti di un intervento evidentemente non definitivo.

Eppure il presidente Faragalli parla di un’azione tempestiva:

«Abbiamo attivato uomini, mezzi e strutture operative per intervenire rapidamente e ripristinare la viabilità nel più breve tempo possibile».

Parole che, lette senza memoria del territorio, potrebbero persino suggerire un’emergenza affrontata con immediatezza. Ma chi vive queste aree sa bene che la SP260/a convive con chiusure, smottamenti, limitazioni e annunci da quasi vent’anni. Ed è difficile associare il concetto di “rapidità” a una strada rimasta per così tanto tempo sospesa fra ordinanze, lavori parziali e lunghi silenzi istituzionali.

Più che la velocità degli interventi odierni, colpisce il letargo amministrativo che ha accompagnato negli anni il progressivo deterioramento di questo collegamento strategico tra entroterra e costa ionica. Una lenta assuefazione all’incompiuto. Come se la precarietà fosse diventata, col tempo, la forma normale della viabilità nelle aree interne.

La riapertura, del resto, era stata già annunciata nei mesi delle ultime consultazioni regionali. Anche allora la provinciale tra Scala Coeli e Terravecchia entrò nella lunga sequenza di inaugurazioni e sopralluoghi istituzionali che accompagnarono la campagna elettorale dell’allora presidente Rosaria Succurro. Doveva rappresentare il simbolo di una ricucitura territoriale attesa da anni.

Ma le strade, più della politica, hanno il difetto di mostrare subito le proprie crepe.

Nessuno mette in discussione l’importanza strategica delle infrastrutture viarie nell’alto Ionio cosentino. Anzi. In territori segnati dallo spopolamento e dall’isolamento, collegamenti come questo incidono davvero sulla qualità della vita, sui servizi, perfino sulla possibilità di continuare a restare. Una strada chiusa per anni non è solo un disagio tecnico. Diventa distanza, marginalità, abitudine alla rinuncia.

Ed è forse proprio questo che rende così stonato il tono trionfale utilizzato in queste ore. Perché tra una strada completamente interdetta e una realmente sicura esiste una zona grigia che i comunicati ufficiali — e chi li rilancia senza troppe domande — sembrano ignorare. E invece è lì che si trovano ogni giorno gli automobilisti, i residenti, chi continua ad affrontare curve strette, carreggiate ridotte e una percorribilità ancora fragile.

La sensazione è che si sia voluto trasformare una riapertura parziale in una definitiva restituzione del collegamento al territorio. Una differenza sostanziale. Perché le opere pubbliche non diventano realtà nel momento in cui vengono annunciate, ma quando smettono di essere provvisorie.

E intanto la provinciale resta lì. A metà fra cantiere e normalità. Fra ciò che viene dichiarato nei comunicati e ciò che continua a vedere chi quella strada la attraversa davvero.

 

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