“LA NAZIONALE SIAMO NOI, ANCHE QUANDO PERDIAMO”: LE PAROLE DI TERESA CAPOCASALE, DA COSENZA ACCENDONO IL DIBATTITO

Gennaro Gattuso

Dopo una sconfitta non resta mai solo il risultato. Restano le voci, troppe, sovrapposte, spesso più forti dei fatti stessi. Si accavallano giudizi, sfoghi, condanne rapide, e in mezzo a tutto questo diventa difficile distinguere ciò che conta davvero. È proprio dentro questo frastuono che si inseriscono le parole di Teresa Capocasale: dirette, cariche di emozione, prive di qualsiasi filtro. Parole che non inseguono applausi, ma provano a rimettere al centro qualcosa di più profondo. «La seguo con il cuore, la Nazionale è una cosa che unisce tanto me e papà». Basta questa frase per capire da dove parte il suo discorso. Non da un’analisi tecnica, non da un ragionamento tattico. Ma da un legame. Intimo, familiare. Quello che milioni di italiani riconoscono senza bisogno di spiegazioni.

Capocasale non nasconde il disagio nel vedere una parte del Paese tifare contro: «Oggi veramente mi verrebbe voglia di strozzare tutti quegli italiani che gridano: forza Bosnia». Una provocazione dura, certo. Ma che fotografa un sentimento diffuso, spesso sussurrato più che dichiarato.

Per lei, il punto è semplice e allo stesso tempo profondissimo: la Nazionale rappresentava — e dovrebbe ancora rappresentare — uno degli ultimi spazi di unità. «Se avevamo una cosa che univa tutto questo paese ormai alla deriva, diviso sotto ogni aspetto… era quella benedetta Nazionale di calcio».

Non è nostalgia fine a sé stessa. È memoria viva. Teresa richiama momenti precisi, quasi scolpiti nella coscienza collettiva: il 2006, Berlino, «il cielo azzurro», le lacrime condivise. Ma anche la vittoria dopo il COVID, «quando eravamo pronti a rialzarci dopo uno dei periodi più brutti della nostra nazione». Due epoche diverse, stesso effetto: sentirsi italiani.

Perché Capocasale non si limita alla critica. Introduce un elemento che spiazza, che ribalta la prospettiva. Parla di Edin Džeko e del rispetto mostrato verso l’Italia: «Ricorda che nel lontano ’96 l’Italia fu la prima nazionale a giocare un’amichevole con la Bosnia dopo la guerra». E aggiunge un dettaglio che pesa: «È sempre lui che chiede di alzarsi e applaudire durante l’inno italiano».

Un richiamo implicito, quasi un rimprovero: a volte sono gli altri a ricordarci chi siamo stati.

Ma è quando entra in scena Gennaro Gattuso che il tono cambia ancora. Diventa più personale, più viscerale.

«Premesso che di calcio ne capisco molto poco, però giù le mani da Gattuso». Non è una difesa tecnica, è una difesa umana. Capocasale parla di lui come di un simbolo: «un meraviglioso orgoglio calabro», uno che «ci ha messo il cuore, ci ha buttato il sangue». Non solo oggi, ma da sempre. Da quando entrava in campo con quella fame che lo ha reso inconfondibile.

Cita anche le sue parole, quasi a volerle fissare: «Chiedo scusa perché non ce l’ho fatta». E lì, nel mezzo di una sconfitta, Teresa vede qualcosa che va oltre il risultato: responsabilità, coraggio, esposizione.

«Tutte le colpe alla fine ricadono su di lui», osserva. E in questa frase c’è una critica più ampia, che riguarda un intero sistema abituato a trovare capri espiatori piuttosto che soluzioni.

Il ritratto che ne esce è quello di un uomo che non si nasconde. «Non si è spaventato a prendere una Nazionale che è a pezzi già da un po’», dice. E poi quell’immagine, quasi cinematografica: Gattuso che difende la panchina, che guarda l’avversario e gli dice «va joca». Un gesto semplice, ma carico di significato. «Come un padre che protegge i suoi figli», sottolinea.

E allora il bersaglio si sposta di nuovo. Non più solo chi critica, ma chi sembra aver perso completamente il senso di appartenenza. «Per quello che riguarda gli italiani quasi contenti di questa sconfitta…», dice, lasciando la frase sospesa per un attimo, come a voler pesare ogni parola.

Poi affonda: «Vi inviterei a ricordare quando urlavamo nelle piazze, stretti tra gli abbracci». È un invito, ma anche una sfida. A non dimenticare. A non banalizzare ciò che è stato.

Capocasale non idealizza, non nega i problemi. Anzi, li nomina chiaramente: «Bisognerebbe capire i veri problemi e cosa va veramente cambiato». Ma rifiuta l’idea che la soluzione sia distruggere tutto. Perché, ricorda, «i talenti li abbiamo in Italia, ne abbiamo sempre sfornati a migliaia».

Il problema, semmai, è un altro: «Troppo spesso in questo paese non ci crediamo abbastanza, o i nostri talenti li mandiamo lontano».

Ed è qui che il suo discorso trova una direzione. Non nella rabbia sterile, ma in una forma di resistenza. «Cerchiamo di sostenere la squadra, i giocatori e l’allenatore», dice. Non come atto cieco, ma come scelta consapevole.

L’ultima parte del suo intervento è quasi un manifesto. «Ricordiamoglielo al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare». Non c’è certezza, ma possibilità. Ed è già qualcosa.

«Perché io sono italiana e più che denigrare, penso a rialzarmi e ricostruire sempre».

E infine quella frase, che suona come una dichiarazione identitaria, ma anche come una presa di posizione:

«Sono una italiana. Una italiana vera»!

 

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