LA FRATTURA TRADITA!

Dal post di Nicola Abruzzese emerge il ritratto di un’Italia divisa non dall’età, ma dalla stessa delusione: due generazioni diverse unite dalla perdita di fiducia nella politica

Nicola Abruzzese

Antonio Loiacono

Ci sono testi che scorrono nel flusso rapido dei social e scompaiono nel giro di poche ore. Altri restano. Non per eleganza, non per clamore, ma perché toccano un nervo scoperto. Il post pubblicato da Nicola Abruzzese, cittadino attivista -come si definisce- appartiene a questa seconda specie: poche righe, tono netto, nessuna ricerca dell’effetto. Eppure dentro c’è una diagnosi che riguarda il Paese intero.

Abruzzese scrive che “l’Italia è spaccata da una frattura generazionale che ha un responsabile preciso: la politica che ha tradito”. È una formula dura, e proprio per questo merita di essere presa sul serio. Da anni si raccontano i conflitti tra giovani e anziani come un fatto quasi naturale: pensioni contro salari, garantiti contro precari, chi ha avuto troppo contro chi non avrà abbastanza. Una contabilità fredda, spesso pigra. Il punto sollevato nel post è un altro: non una guerra tra età diverse, ma una delusione condivisa prodotta dalla rappresentanza che si è ritirata.

La generazione di Abruzzese, quella cresciuta nel perimetro culturale della “socialdemocrazia”, aveva creduto che la politica potesse essere mediazione alta: tutela del lavoro, mobilità sociale, correzione delle disuguaglianze. Non un paradiso terrestre, ma un argine. Invece, scrive, si è ritrovata “svenduta, delusa, tradita”. Il verbo più interessante forse è il primo. Svenduta. Dice l’idea di qualcosa ceduto al ribasso, senza neppure la dignità di una battaglia persa.

Poi c’è il passaggio sui compromessi e sul “realismo”. È una parola che negli ultimi decenni ha funzionato come lasciapassare universale. In nome del realismo si sono chiesti sacrifici sempre agli stessi, si sono archiviate promesse, si è trasformata la rinuncia in virtù politica. Mentre questo accadeva, osserva Abruzzese, avanzavano “gli eredi di una destra che pensavamo sepolta”. Non è soltanto un riferimento elettorale. È il segnale di un vuoto lasciato libero.

Il tratto forse più amaro del post riguarda però la generazione successiva: “crede nella politica, ma non ha più nessuno in cui riconoscersi”. Qui il giudizio si fa più severo del semplice disincanto. I figli non rifiutano la politica in sé; rifiutano l’offerta che trovano. È diverso. Significa che esiste ancora una domanda di partecipazione, di giustizia, di voce. Ma manca l’interlocutore.

Chi avrebbe dovuto difendere lavoratori e ceti fragili, sostiene Abruzzese, “ha scelto altro. Ha scelto di non scegliere”. Frase tagliente. E forse il cuore del discorso. Perché l’assenza di scelta viene spesso mascherata da equilibrio, moderazione, responsabilità. In realtà produce effetti molto concreti: lascia intatti i rapporti di forza esistenti.

Nel Paese dei salari fermi, dell’emigrazione giovanile trattata come esperienza formativa, dei quarantenni ancora sospesi; la frattura generazionale non nasce da un’incompatibilità antropologica. Nasce dal fatto che due generazioni diverse guardano la stessa scena e arrivano alla medesima conclusione: la fiducia è stata tradita.

Si può discutere il tono, contestare qualche semplificazione, chiedere più sfumature. Ma sarebbe un errore liquidare queste parole come sfogo. Dentro c’è qualcosa che la politica sente da tempo e nomina di rado: la perdita di credibilità non è un incidente comunicativo, è una questione storica.

Abruzzese chiude scrivendo che qualcuno dovrebbe avere il coraggio di ammetterlo. Non è una richiesta minore. In Italia le crisi si commentano volentieri ma si riconoscono molto meno!

 

 

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