IRLANDA DEL NORD, CENT’ANNI IN SOLITUDINE, 50 DALLA BLOODY SUNDAY

– “How long, how long we sing this song”. E’ il ritornello di una delle più celebri e significative canzoni mai scritte da Bono degli U2: “Sunday Bloody Sunday”.

“Quando potremmo smetterla di cantare canzoni come questa ?” E’ la domanda di una delle band più osannate del rock nel lontano 1982. Oggi, forse, la risposta esiste: quando il post storicismo avrà trionfato ovunque e non solo in Irlanda, Inghilterra, Europa.

Le bilie della Bloody Sunday – In quella domenica di sangue, nella città di Derry per alcuni, gli irlandesi, LondonDerry per gli inglesi, come in un copione già visto persino alla fine del mondo, tra Malvinas e Falkland, alcuni bambini giocano con le bilie in strada. Siamo all’inizio del 1972, all’epoca non esistevano Internet e i videogiochi. Tuttavia, in pochi istanti quei piccoli del quartiere Bogside passarono da un’ infanzia spensierata, per quanto possibile nell’ Irlanda del Nord degli anni ’70 e ’80 , alla fine dell’ innocenza. Sì, perché quel giorno tanti adulti, pur giovanissimi, fratelli maggiori, cugini o anche i genitori, si erano recati a una manifestazione iniziata e proseguita pacificamente, organizzata per protestare contro qualcosa di inimmaginabile in una Gran Bretagna vista come la più antica democrazia del mondo: centinaia di prigionieri politici irlandesi, spesso innocenti, prelevati da casa, interrogati con orribili torture e internati in veri e propri lager, senza processo. Qualcosa che sarebbe divenuta la prassi in Sudamerica, col famigerato “Piano Condor” ordito dalla Cia e dagli apparati statali Usa e dei paesi sudamericani coinvolti. Non era abituale in Gran Bretagna o in Europa, dove anzi gli esiliati in fuga dai regimi sanguinari dell’ America del Sud si rifugiavano. Eppure in Irlanda del Nord succedeva. Anche da questo ebbe origine la manifestazione di quella domenica, che in un freddo gennaio cambiò i destini del Regno sempre meno unito.

Ore 16:07, inizia la mattanza – Come detto la manifestazione sembra svolgersi senza particolari incidenti. Ovvio, ci sono alcuni facinorosi (pochi) che scagliano qualche pietra contro gli inglesi in tenuta antisommossa, ma trattasi delle solite scaramucce. Purtroppo bastano a scatenare la follia dei paracadutisti inglesi, spediti a Derry per sedare eventuali rivolte. Sono le 16 e 7 minuti di quella terribile domenica quando l’esercito spara senza alcun motivo contro i manifestanti. E’ una pioggia di fuoco in circa 170 metri quadrati di puro terrore, con ben 108 colpi esplosi in una ventina di minuti da 21 soldati impazziti. E’ certo, mirano  a uccidere, contro una folla inerme e composta soprattutto da giovanissimi, molti i minorenni, ma persino qualche passante. Infatti l’ultima vittima (la numero 14), che morirà di stenti alcuni mesi dopo per le ferite ricevute, ha 59 anni e stava andando a trovare un amico. Alla fine si conteranno 14 morti.

Le amnesie inglesi e il “divide et impera”- Motto e nel contempo regola di ogni impero: dividere per comandare meglio. Accadde anche 100 anni fa, quando Londra di autorità tracciò i confini e condannò quel territorio del Nord a un secolo di solitudine, diviso dalla repubblica d’Irlanda. A Westminster tutto deve essere dimenticato, occultato. Via via, nascondere, nessuno deve ricordare. E’ la tipica politica di ogni impero, il cinico motto che si fa storia. In realtà il metodo venne volontariamente attuato e quasi scientificamente introdotto fin dalla metà dell’Ottocento, quando l’allora Impero Britannico, egemone nel pianeta proprio come lo sono oggi gli Stati Uniti, introdusse milioni di coloni protestanti, lasciando vivere in una condizione troppo vicina alla fame e quindi costretti a un esilio forzato, causa carestia, circa 2 milioni di irlandesi. Un  imperialismo “Made in London” che fin dalla metà del XVII secolo si trascinò al ventesimo, quando centinaia di irlandesi furono incarcerati in campi di prigionia senza prove né processi. Ecco la storia che portò a quella tragica giornata di sangue e spari. Lo riconobbe, a quasi 40 anni di distanza, persino il Premier David Cameron, scusandosi ufficialmente e pubblicamente alla Camera dei Comuni nel 2010.

Oggi, la pace grazie al post storicismo ? – Come qualsiasi fenomeno umano anche gli imperi, fortunatamente, hanno un inizio e una fine. Quello britannico, di fatto, cessò di esistere quando Winston Churchill cedette lo scettro di nuovo “padrone del mondo” agli ex coloni, ai quali proprio la marina inglese aveva incendiato la Casa Bianca secoli prima, al tempo della guerra di indipendenza, ma sono ormai talassocratici ed egemonici con le loro stelle e strisce. E allora non più inglesi né britannici: statunitensi. Tutto, pur di non veder sventolare la svastica, anziché sul sole, come il titolo di un ottimo libro di fantapolitica, sul Big Ben. E’ il nuovo Impero, un egemone sorge per uno che tramonta, come in natura fa il giorno, ogni 24 ore. Europa e Inghilterra ne diverranno soltanto le  perle. Ed é appunto da quella data, nella primavera del 1945, che bisogna partire per capire gli accordi di un venerdì santo, oltre 50 anni dopo, siamo nel 1998.

Un venerdì santo, storico e post storico – E’ il 10 aprile del 1998, quando un giovane Premier di Edimburgo, Tony Blair, decisamente sulla cresta dell’ onda in quel fine millennio e che come pochi altri incarna la nuova era, una New economy mista a una nuova sinistra dopo la dissoluzione dell’ Urss, firma un accordo storico, ma che ha in sé il “germe buono” del post storicismo. Ormai dell’ impero che fu non é rimasto nulla, ne sono perfettamente consci a Londra, come sono consapevoli del fatto che l’Irlanda del Nord é una realtà artificiale, l’artificio di un impero che non esiste più. Allora, visto che il mondo che sarà e verrà avrà una maggioranza di nordirlandesi favorevoli alla riunificazione, soprattutto tra i giovani, un Sinn Féin maggioritario al nord come al sud, si fa una concessione che nel 2021, a cento anni esatti dalla nascita dell’ Irlanda del Nord, diventa reale: quando i residenti cattolici saranno maggioranza (il censimento esiste e va soltanto ufficializzato, reso pubblico) allora si potrà svolgere il tanto agognato (non da tutti, visto che staccarsi dall’ Inghilterra vuol dire anche rinunciare ai tanti soldi che arrivano da Londra, alcuni anziani sono contrari) referendum sulla riunificazione. Questo prevedono gli accordi del venerdi’ santo e questo, presumibilmente nel giro di un decennio, accadrà. Nella domenica di sangue i cattolici erano circa un terzo della popolazione, adesso sono oltre il 50%. Ancora una volta sentimentalismo batte economicismo e il post storicismo galoppa in sella alla storia verso il futuro.

Lo sponsor é di Belfast, non di Edimburgo – Ma perché se é praticamente certo che l’Irlanda del Nord otterrà l’indipendenza da Londra e quindi si riunificherà, non si può dire la stessa cosa e fare i medesimi ragionamenti anche per la Scozia ? E’ molto semplice, banale per certi versi: per ragioni storiche e sentimentali l’Irlanda ha un alleato esterno che la Scozia non possiede. Per giunta non é un “amico” qualsiasi, anzi, si tratta dell’egemone, il padrone nella terza globalizzazione, insomma gli Stati Uniti. Quel paese che non solo attualmente ha un presidente, Joe Biden, di chiare origini irlandesi, ma che l’Irlanda la vede addirittura riflessa nel suo mito immortale, nel leader indimenticabile, JFK, un irlandese. Camelot muore a Dallas, cresce negli Usa, ma nasce in Irlanda. Fatti evidenti che portano il nuovo impero a privilegiare la causa irlandese e disinteressarsi di quella scozzese. Sono i frutti, talvolta agrodolci, del post storicismo.

MARCO TOCCAFONDI BARNI

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