INTRANSIGENZA CONTRO INTOLLERANZA

So di cosa parlo perché sono un ex fumatore. Da due pacchetti abbondanti al giorno di punto in bianco sono passato a zero sigarette; e adesso mi basta l’’odore di un portacenere per provare fastidio, l’’alito di un tabagista mi stomaca e il sentore di fumo stantio sui vestiti dei fumatori mi disgusta quanto quello d’’ascella non lavata.

Non credo di essere lontano dal vero se immagino che -– mutatis mutandis – qualcosa di simile accada a coloro i quali, dopo una vita sregolata e “peccaminosa”, attraversano una fase di travaglio interiore e, vinti dalla stanchezza e in preda al rifiuto del proprio passato, decidono di cambiare.

C’’è chi abbandona il mondo e si chiude in convento: se si tratta di una bella mannequin di successo, i giornali laici riferiscono l’’evento con toni fra l’’ammirato e lo sconcertato mentre quelli confessionali inneggiano alla bella, immortal, benefica fede ai trionfi avvezza, appigliandosi a questi rari eventi per loro favorevoli e soprassedendo sulle centinaia di abbandoni di sai e tonache che smentirebbero il loro assunto.

Fin qui non c’è niente di male: il nostro mondo troppo materiale, troppo cinico, troppo povero di valori ideali può ben indurre qualcuno, o qualcuna, a dire “basta”; e se nel dirlo questo qualcuno si ritira nel silenzio e nella pace di un chiostro, non fa male a nessuno: buon pro’ gli/le faccia.

Il problema nasce quando, invece di fare della propria conversione una faccenda personale –- come dovrebbe essere -– il folgorato di turno decide che la “verità” che lui ha trovato non è solo sua ma deve essere di tutti; e non si contenta di proporla, come fanno i rubicondi Mormoni, gli insinuanti scientologi o gli ormai proverbiali Testimoni di Geova, ma pretendono di imporla, per amore o per forza, come oggi fanno gli integralisti islamici.

Wuppertal è una cittadina della Renania, in Germania, nella quale per una diecina di giorni, con addosso una giacchetta rossa catarifrangente recante la scritta “SHARIAH POLICE”, un gruppo di questi esaltati andava in giro a imporre alle donne di indossare il velo, di camminare tre passi dietro gli uomini (marito, figli, fratelli) coi quali si accompagnavano, di vestire in modo confacente alla morale islamica, e ad uomini e donne di non bere e di non andare a ballare.

A capo di questa pattuglia di imbecilli -– pardon: devo essere corretto e preciso. Non si tratta di imbecilli, ma di fanatici imbecilli -– c’’era un tale Sven Lau, tedesco senza alcuna ascendenza araba con precedenti per uso di droghe che, folgorato sulla via del Profeta, si è fatto musulmano. E non musulmano e basta, ma integralista salafita.

Questo povero signor Nessuno che risponde al nome di Sven Lau ha subito un processo mentale che è facile ricostruire. Grazie a questa conversione la sua esistenza ha acquisito -– prima di tutto ai suoi propri occhi -– una veste, un ruolo, un significato. Ecco perché gli ex piccoli delinquenti, drogatelli, borgatari, ignorantelli del nostro mondo che si convertono all’’Islam scelgono sempre quello violento, brutale, integralista e ottuso. Si riconosce, in loro, quella “sindrome del caporale” di cui parla Eric Maria Remarque nel suo capolavoro, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”: prendi un fallito, dàgli un grado, e lo vedrai diventare il peggiore degli aguzzini contro coloro che prima doveva rispettare e riverire.

Prima di arrestare quei ragazzotti montati, la polizia del luogo ha aspettato un bel po’’ di giorni. La cosa potrebbe sembrare incomprensibile ma in realtà tale non è perché nel nostro mondo, con tutti i suoi difetti, vige la legge del rispetto e della tolleranza: contro questi eccessi, semplicemente, non siamo attrezzati, prima di tutto mentalmente.

Ecco perché certi imam, nel luoghi di preghiera, possono sputare per mesi il loro velenoso invito alla violenza ed alla jihad, prima che ci si decida a metterli su un aereo e sbatterli fuori. In Australia, il Primo ministro ha parlato chiaro: «Islamici, se volete vivere nel nostro paese dovete essere voi ad adeguarvi alle nostre regole, non il contrario. Praticate pure la vostra religione, ma non vi sognate nemmeno di imporla a chicchessia. Qui di chador e burqa non se ne parla, se il crocifisso non vi sta bene guardate da un’’altra parte. Se queste regole non vi piacciono, nessun problema: toglietevi dalle scatole, e non fatevi più vedere».

Forse il suo linguaggio non era così diretto, ma il senso era quello. Non si tratta di essere intolleranti contro gli islamici: quelli che vivono pacificamente, rispettando le leggi e soprattutto le regole del vivere civile del Paese che li ospita, hanno il diritto di pregare il loro Allah tanto quanto i cristiani di adorare la Trinità, i buddisti di onorare l’’Illuminato e i liberi pensatori -– al cui novero mi onoro di appartenere – di non pregare, adorare e onorare nessuno, a parte i principî di tolleranza e civiltà che dovrebbero essere sempre onorati da tutti.

All’’intolleranza ed all’’arroganza di questi integralisti si deve rispondere; e lo si deve fare con la massima fermezza e intransigenza, evitando di cadere in un malinteso senso del rispetto delle idee religiose altrui. Nessuna idea religiosa può essere più importante della legge civile; a chi rifiuta questo sacrosanto principio bisogna far seguire, anche da noi, l’’invito del Primo ministro australiano: si tolga dagli zebedei.

Nessuno, ne sono assolutamente certo, sentirà la sua mancanza.

Giuseppe Riccardo Festa

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